Il declino di Bologna

Dopo la cessione di Promotor ai francesi di Gl Events, gli interrogativi sulla competitività del sistema Bologna si sono fatti sempre più insistenti. Già da tempo, comunque, preoccupazioni a riguardo non mancavano, come si può evincere dalla “Ricerca sulle capacità competitive del sistema industriale bolognese” commissionata nell’aprile del 2004 dall’Assessorato alle Attività Produttive del Comune di Bologna, e mai fatta divulgare dall’allora sindaco Giorgio Guazzaloca, per evitare polemiche con il mondo produttivo bolognese. I risultati della ricerca in questione verranno pubblicati di seguito, e anche se sono riferiti all’aprile 2004 sono tutt’altro che privi di interesse, poiché indicativi dell’evoluzione economica che ha seguito Bologna da allora fino ad oggi. Bologna vanta ancora un primato competitivo oppure sta progressivamente perdendo la sua caratteristica vivacità imprenditoriale? Le ricerche fatte sono state tante e i dibattiti si sono sprecati. Il declino che si rimprovera a Bologna è reale o è frutto di speculazioni? Già nell’aprile del 2004 si paventavano scenari tutt’altro che positivi per il futuro del capoluogo emiliano-romagnolo, ed è alquanto interessante notare come i timori di allora si siano rivelati profetici.
Andando più nello specifico, scopriamo che Bologna ha sì un reddito pro-capite fra i più elevati d’Italia, un tasso di disoccupazione quasi inesistente e una spiccata e progressiva terziarizzazione della sua economia, sia cittadina che provinciale. Però, sono tanti anche gli aspetti negativi, come del resto si è potuto evincere anche dalla normale pubblicistica in merito alla ripetitività di cessioni, cessazioni e fallimenti di imprese.
Ad esempio, la scarsa dotazione di infrastrutture specificamente dedicate alla viabilità ordinaria, assai importanti in un territorio sul quale operano un gran numero di aziende connesse a filiere produttive caratterizzate da scelte logistiche e gestionali just in time. A cui si aggiungono una dotazione relativamente scarsa di infrastrutture specificamente dedicate alle telecomunicazione, una forte carenza di figure professionali in grado di soddisfare la domanda di lavoro attuale e potenziale (nonostante una situazione di piena occupazione), l’insoddisfacente capacità del territorio di attrarre nuovi investimenti, in particolare esteri e di tipo greenfield (impresa che opera in un mercato estero secondo le normative locali), l’insufficiente propensione delle imprese a crescere oltre le dimensioni controllabili da singoli individui o da un gruppo ristretto di soggetti legati tra loro da vincoli parentali, l’insufficiente dotazione finanziaria e dimensionale delle imprese per impostare politiche volte all’innovazione e la perdita di propensione costante allo sviluppo imprenditoriale testimoniato della quasi totale inesistenza di aziende di rilievo nate negli ultimi 15/20 anni che abbiano raggiunto soglie dimensionali e competitive internazionali. Inoltre, accanto a una progressiva atrofizzazione del territorio e alla scomparsa di storiche realtà produttive, si registrano l’incapacità di riprodurre la vivacità imprenditoriale che fu alla base dello sviluppo passato e la fuga del patrimonio industriale verso altri lidi o le molte acquisizioni, spesso a titolo speculativo, come anticamera della scomparsa di marchi storici.
L’economia bolognese è da tempo in una fase di progressiva terziarizzazione, la quale è da collegarsi alla progressiva metropolizzazione del territorio provinciale e alla tendenza progressiva all’esternalizzazione e all’outsourcing di alcune fasi produttive nel settore industriale (sono invece conservate all’interno progettazione, controllo qualità e assemblaggio finale), logistica compresa. In merito alla metropolizzazione, c’è da sottolineare, come l’attrazione nel nucleo centrale (Bologna) di società di servizi, consulenti professionali e sedi direzionali di imprese crei un certo impatto sul mercato immobiliare. L’ascesa di Bologna nelle gerarchie urbane, però, non è un dato universalmente acquisito dal punto di vista economico, nonostante alla Conferenza Metropolitana di Bologna del 1999 venisse auspicato con decisione il superamento delle teorie di sviluppo policentrico regionale in favore di una sorta di Bologna-capitale, come nodo cruciale per lo sviluppo dell’intero territorio regionale.
D’altronde, alla fine degli anni Ottanta, a livello europeo, Bologna risultava ben lontana dalle grandi metropoli e le veniva riconosciuta l’eccellenza solo nel campo della cultura e della ricerca. Negli anni Novanta la distanza dai grandi centri ha continuato a permanere, così come veniva confermata la sua inferiorità anche rispetto a molti centri di media dimensione nei settori nei quali le economie di scala (ossia, più si è grandi più si è efficienti) sono determinanti. Sempre agli inizi degli anni ’90, a Bologna veniva riconosciuta una potenziale dinamicità delle strutture economiche e una buona dotazione industriale, alla stregua di diverse città tedesche, di Milano e di Torino. Ancora nel 1994, Bologna veniva identificata come metropoli regionale a forte visibilità anche fuori dai confini nazionali, tanto da ricevere la qualifica di città metropolitana, mentre Milano veniva classificata come città con funzioni continentali. Nel 1997, Milano era collocata a ridosso delle città globali, mentre Bologna, assieme a Firenze e Torino, era considerata una città non in grado di ambire alla globalità, ma sicuramente all’eccellenza.
A differenza di Firenze e Venezia, che posseggono caratteristiche uniche di tipo ambientale, architettonico e culturale, Bologna non può prosperare senza una forte presenza industriale, nonostante la forte propensione al terziario acquisita nel corso degli anni; propensione che non è possibile mantenere senza un settore industriale in grado di acquisire i servizi proposti e stimolare la professionalità richieste. Inoltre, Bologna soffre la vicinanza di Milano, e si avvia sempre più a diventare luogo di sola e mera distribuzione di prodotti bancario-assicurativi, ad esempio, ad una clientela che rimane una delle finanziariamente più dotate del nostro paese. Bologna ha perso, di fatto, anche il controllo di banche storiche nate e sviluppatesi nel territorio, ma che non hanno avuto la capacità di dominare i processi di integrazione e che si sono fatte incorporare da altri gruppi con sedi decisionali e strategiche in altre città. Così, è stato fatale il trasferimento dei centri decisionali e delle scelte cruciali relativi agli investimenti importanti.
Bologna non dovrebbe perseguire uno sviluppo a vocazione esclusivamente terziaria, perché rischia di diventare, col tempo, come quelle città meridionali che, in assenza di sviluppo industriale, finirà per concentrare i propri servizi nelle attività commerciali e in quelle buorcratico-amministrative, visto che tenderanno a scomparire le tipologie di servizio dedicate alle imprese, in primis industriali, e, in maniera derivata, di servizio, in particolar modo di supporto tecnologico ed i consulenti professionali.
La corrente di pensiero che assume Bologna come “capitale regionale” punterebbe probabilmente a uno sviluppo metropolitano eminentemente terziario, basandosi sui poli di eccellenza (Fiera, Aeroporto, Interporto, Stazione ferroviaria, Università, ecc.), nella convinzione che le attività industriali direttamente produttive siano destinate nel tempo a trasferirsi in territori a minor costo del lavoro, e che possano permanere sul territorio solo le attività ad alta intensità intellettuale ed appropriabilità brevettuale. Ma poiché sembra alquanto improbabile che Bologna possa espandersi geograficamente e svilupparsi nella stessa misura delle città globali, ne deriva che essa non può ignorare la necessità di un ambiente industriale competitivo nelle immediate vicinanze del nucleo terziario. Il mantenimento e lo sviluppo della ricchezza diventano illusori in un territorio composto esclusivamente di proprietari e progettisti di aziende industriali che producono altrove, nonché dai loro consulenti d’impresa e dalle connesse attività di servizio di base commerciali e burocratico-amministrative.
Del pari, risulta impossibile pensare ad uno sviluppo di attività terziarie ad alta specializzazione come il settore finanziario, i media, l’ICT, ecc. Allo stato attuale, Bologna non ha sicuramente le capacità progettuali e di investimento per creare validi fattori concorrenziali, in questi settori, così come avviene per Milano e Roma. Per cui, l’idea da parte delle élites culturali e politico-economiche bolognesi di impiantare un distretto multimediale (o dell’ICT) sul territorio, pur supportata da un substrato cittadino di eccellenza in questo campo, si presta a non pochi dubbi. Negli ultimi anni, il settore dell’ICT ha registrato un rapido sviluppo e presenta buone prospettive di crescita (specie per quanto riguarda gli aspetti più di contenuto e meno legati alla produzione di tecnologia), ma è ancora molto frammentato e il suo sviluppo dipenderà dalle infrastrutture di telecomunicazione disponibili, al momento piuttosto modeste se si pensa che nel 2004 il numero di abitanti per chilometro di fibra ottica posata, a Bologna era di 53. Sebbene l’immagine di un distretto multimediale sia da considerarsi suggestiva, tuttavia le dinamiche distrettuali non sempre procedono in modo lineare, e soprattutto non si può ritenere che l’esperienza bolognese sia unica sul territorio nazionale.
Nonostante la sua presunta vocazione terziaria, Bologna non può esimersi dal formulare previsioni sull’evoluzione del sistema industriale che circonda il suo territorio, e questo sia riguardo alla provincia, sia riguardo al territorio regionale e a i suoi luoghi di eccellenza industriale, per i quali Bologna-capitale vorrebbe essere il centro-servizi di riferimento. Facendo un benchmarking territoriale, il settore manifatturiero è uno dei motori di sviluppo assieme ai poli funzionali, e le prospettive di crescita sono particolarmente buone per l’editoria e l’agroalimentare, mentre più lieve è l’incremento previsto per il settore metalmeccanico, che continuerà il proprio consolidamento competitivo internazionale attraverso un’espansione della dimensione di impresa accompagnato, però, a un incremento molto limitato del numero di imprese. La tendenza in questo campo sarebbe la concentrazione sul territorio locale delle sole fasi di progettazione e assemblaggio con outsourcing su PMI e artigiani delle lavorazioni, nonché tendenza al maggior contenuto di servizio e assistenza post-vendita gestito sempre dal centro. Inoltre, vi sarebbe un miglioramento del controllo della qualità dell’intero processo anche in outsourcing (compresi logistica, magazzino e manutenzione) con aumento della dimensione della catena del valore e informatizzazione più spinta per la gestione del processo integrato. In particolare, il sistema moda risulterebbe problematico con una stagnazione sui livelli attuali della produzione e unità locali in riduzione, a causa della tendenza alla delocalizzazione produttiva rispetto a Bologna, dato che il processo industriale in loco tende ad annullarsi, mentre possono permanere le fasi di progettazione modelli, controllo qualità, marcatura e confezionamento. Il settore editoriale presenterebbe ampi margini di crescita quantitativa e qualitativa (legata a contenuti ICT) e, infine, per l’agroalimentare si preconizza un incremento rilevante delle esportazioni e del numero di imprese anche di piccola dimensione. Una presenza eccessiva, o in accentuazione, nell’ambito dei settori tradizionali significa essere probabilisticamente debitori netti di innovazione, ovvero spettatori passivi del cambiamento, mentre può risultare assai positivo vedere migliorare le proprie posizioni nell’ambito dei settori basati sulla scienza, generatori netti di innovazioni, soprattutto di prodotto, dei fornitori specializzati, generatori netti di innovazioni, soprattutto di processo, o ad elevate economie di scala, generatori netti di innovazioni organizzative e/o manageriali.

Bologna sta diventando una città con un vocazione sempre più terziaria, ma una città a vocazione terziaria prospera se e solo se è in grado di soddisfare la domanda delle imprese, soprattutto industriali, del proprio territorio di riferimento, provinciale, regionale, nazionale, continentale o globale che sia. In caso contrario, il terziario si riduce a soddisfare la domanda essenziale dei residenti tramite il commercio e i servizi pubblici. Un settore terziario, senza un secondario in grado di acquisirne i servizi, non ha alcuna possibilità di sviluppare fattori competitivi perduranti nel tempo. La possibilità di uno sviluppo esclusivamente terziario della Provincia di Bologna, basato sul successo dei poli funzionali di servizio, prevede che il territorio di riferimento delle imprese industriali, la cui domanda essi soddisfano, sia ultraprovinciale, tendenzialmente regionale e magari anche poliregionale. A maggior ragione, quindi, l’ipotesi di trascurare come variabile competitiva diretta dei poli funzionali stessi il territorio provinciale di Bologna ed il sistema industriale che vi risiede, è estremamente rischiosa, perché non ammortizza con la diversificazione industriale il rischio della concorrenza nei mercati in cui operano altri poli funzionali. Per la Fiera, l’Aeroporto e gli altri poli funzionali rilevanti l’assenza di un sistema industriale provinciale forte mette a rischio di depauperamento l’intera offerta di servizi, come già accaduto per coloro che invece hanno preferito la via di un’eccessiva caratterizzazione settoriale. Inoltre, la visione di Bologna al centro delle attività di servizio della Regione non è affatto una prospettiva condivisa dalle altre città emiliane e, forse, neppure dalla Regione stessa. Basti pensare, come solo uno tra i tanti esempi possibili, ad un’ipotesi di competizione diretta tra la Fiera di Rimini e quella di Bologna. Tale scenario può facilmente portare ad una profonda modifica della reciproca posizione competitiva, quando, come nel caso di Rimini, si può beneficiare, tra vari fattori, di un indotto turistico alberghiero più efficiente e soprattutto meno costoso. Quindi, se per prosperare con un coefficiente di rischio accettabile, la città terziaria ha bisogno della domanda dell’industria di un territorio di riferimento, anche provinciale, è necessario che le imprese a loro volta esistano e prosperino, altrimenti il sistema tende ad implodere.Specialmente in assenza della capacità di generazione di economie di scala sui costi diretti, la capacità di un contesto territoriale di rinnovare la propria offerta industriale risiede nella presenza di aziende in grado di permanere in contesti competitivi sempre più accesi e caratterizzati da una forte capacità di generare innovazione di prodotto (o quanto meno di processo), con dimensioni qualitative (e non solo quantitative) in grado di reggere l’impatto economico di tali innovazioni. Se la specializzazione esiste e migliora nei settori basati sulla ricerca, ciò determina una maggiore probabilità di prosperità quella struttura economica territoriale, se invece esiste ed aumenta una specializzazione nei settori tradizionali nel complesso delle imprese, ciò determina una maggiore probabilità di involuzione verso una preoccupante passività rispetto al cambiamento e all’innovazione.     
In seguito alle dinamiche imprenditoriali relative alle varie province nel periodo 1998-2002, nei settori science-based, generatori netti di innovazioni soprattutto di prodotto, la posizione di Bologna, pur di un certo rilievo, è in costante deterioramento. Nei settori ad elevate economie di scala, generatori netti di innovazioni soprattutto organizzative, Bologna è in posizione di leggero deterioramento, e meno rilevante dal punto di vista industriale di quanto non lo sia nei servizi. Nei settori ad offerta specializzata permane un posizionamento ancora particolarmente positivo solo nelle realtà di maggiore dimensioni, lasciando sul campo punti alla rincorsa del modello veneto ed alla supremazia di Modena e Reggio Emilia nel tessuto regionale imprenditoriale regionale diffuso. Se tali conclusioni non supportano brutalmente la teoria del declino industriale di Bologna, ne danno, però, con chiarezza l’idea della “decelerazione” relativa in termini di benchmarking con alcune realtà significative del nostro paese soprattutto nei settori che generano innovazioni di prodotto e innovazioni organizzative. È una Bologna che “resiste” nelle realtà che più sono dimensionate nei settori tradizionalmente di maggiore specializzazione, generatori netti di innovazioni di processo più che di prodotto. È una Bologna che presenta, d’altra parte, una certa vocazione solo ai grandi contenitori di servizi in cui i residenti e non solo consumano il loro reddito ancora copioso, mentre gran parte del resto del panorama economico tende e relegare Bologna in una posizione di “consumatrice passiva del cambiamento”. Va sottolineato con forza che nell’attuale contesto competitivo il recupero di efficacia per un territorio richiede tempi molto lunghi, perché ci si confronta con un numero di realtà sempre più aggressive e determinate a rincorrere  benessere ed industrializzazione, come Cina ed Estremo Oriente.
Inoltre, non si riscontrano sul territorio l’esistenza di realtà industriali nate negli ultimi 20 anni che abbiano superato la soglia minima di 100000000 di Euro di fatturato. Tale fenomeno è di per sé stesso rappresentativo del “sonno” che ha colpito Bologna, città un tempo caratterizzata da una fortissima propensione allo sviluppo industriale. La perdita  di controllo del sistema finanziario e bancario locale, che è stato, di fatto, incorporato da realtà bancarie (i cui centri direzionali sono ubicati in altre province) molto più dinamiche e con una maggior capacità strategica delle banche bolognesi, porterà inevitabilmente ad un “rallentamento” dell’interesse per la piazza e ad una minore propensione al rischio sulla stessa, specie se si pensa che in un passato non lontano le banche cittadine erano tra le più efficienti in tutti i ratios tipici di valutazione di un istituto di credito; ratios che erano superiori anche – e purtroppo – a quelli delle banche che successivamente hanno acquisito le realtà cittadine. Anche in questo caso lo stato di “assonnamento” che ha colpito la città risulta evidente. Altro fattore importante è la perdita di una vocazione storica all’imprenditoria dei bolognesi in favore dello sfruttamento delle rendite immobiliari o finanziarie da parte delle seconde o terze generazioni delle famiglie fondatrici del patrimonio industriale cittadino, quasi a significare la perdita di quell’etica del lavoro e di responsabilità sociale che ha invece consentito in precedenza un forte sviluppo. A tutto questo va aggiunta la scarsità di aziende “capofiliera” che rendano virtuosa, in termini di sviluppo e risonanza internazionale di marchio, la rete imprenditoriale della subfornitura, favorendo in tal modo la nascita di altre imprese sulla filiera stessa, fenomeno tipico della storicità industriale locale. Altro elemento penalizzante è l’incapacità profonda delle imprese bolognesi a concepire lo sviluppo attraverso logiche di rete, capital sharing, o attraverso aggregazioni di filiera che consentano, pur mantenendo ridotte dimensioni, di mettere in comune tutte le componenti non direttamente connesse al core business aziendale quali marketing, centrali di acquisto, piuttosto che impianti tecnologici ed informativi. Va infine sottolineato come tali fenomeni di “decelerazione” del tessuto imprenditoriale cittadino trovino radici in momenti lontani, riconducibili sostanzialmente intorno alla prima metà del 1980, momento dal quale, a seguito delle grandi crisi internazionali, è iniziato il processo di rallentamento.
A queste conclusioni, vanno aggiunte la rinuncia delle imprese locali a gestire attività che sono sì fortemente specializzate, ma non dotate di tutte le funzioni necessarie a gestire la presenza su mercati globali, con il risultato che esse vengono vendute a soggetti in grado di integrarle in un quadro di funzioni diversificate e complementari di supporto, all’altezza della competizione. Non sembra quindi improprio parlare, riferendosi a Bologna, di “conservatorismo felice, e scarsa vocazione al cambiamento”. Insomma, Bologna sembra proprio diventare ogni giorno di più una città che vive sulla rendita, dove la ricchezza di fondo ha fatto declinare il vecchio spirito progettuale e imprenditoriale. Tutto ciò crea le basi di una resistenza al cambiamento, con il risultato di una città oggi burocratica che assomiglia sempre più a Roma e che si è fermata, mentre altre come Padova, Verona e le restanti città emiliane sono andate avanti.
Certo, per Bologna non è il caso di prefigurare un futuro come Liverpool o Lilla, ma si avverte una sorta di soporifero scivolamento di importanza nel sistema di creazione del cambiamento tecnologico ed economico, unica garanzia di ricchezza permanente in un mondo tendenzialmente senza frontiere politiche, economiche e culturali.
Dal 2004 ad oggi le previsioni si sono sostanzialmente confermate e la tendenza è improntata a un pessimismo crescente. La fiera, ai cui destini anche Rimini è interessata in vista di un’eventuale fusione, è l’emblema della mancanza di idee. Nulla si muove. Una delle maggiori contraddizioni, però, riguarda un altro dei presunti poli di eccellenza, ossia l’università. Un mostro di 100000 studenti, di cui 65000 fuori sede, la cui retta, di 2000 Euro annui circa, non copre certo gli 8000 Euro che ogni studente costa all’erario. Questi 6000 Euro a studente con cui lo Stato distorce l’economia bolognese hanno come effetto, prima di tutto, di far sballare ancor di più il mercato immobiliare, soprattutto per quanto concerne gli affitti, perché oltre 50000 “inquilini” hanno il loro impatto sulla domanda e i prezzi del settore. In soldoni, l’università serve più a proprietari di case che agli studenti. A ciò bisogna aggiungere che diversi studenti meridionali, una volta laureati, si fermano a Bologna, il che è comprensibile e logico, data la difficoltà di trovare lavoro a casa propria. Inoltre, un’università con 100000 studenti finisce per privilegiare la quantità rispetto alla qualità e mal si concilia con la nascita di poli universitari specialistici di eccellenza, o con istituzioni come i politecnici di Milano e Torino, che, con le loro attività di ricerca potrebbero interfacciarsi in maniera continuativa con le industrie del territorio. Tutto questo, crea un esercito di laureati che bussa alle porte delle aziende, alto come numero, ma di qualità livellata, ideale più per settori tradizionali che per settori innovativi. Infatti, le aziende si trovano una manodopera laureata a basso prezzo, il che permette di perpetuare un terziario di qualità sempre più scadente disincentivando l’innovazione, considerando che da sempre gli alti salari raggiunti dai lavoratori hanno costituito l’incentivo per innovare i processi produttivi, onde risparmiare sui costi del lavoro. Non è un caso che le richieste di figure professionali come i programmatori di alto livello continuano ad essere non soddisfatte, il che è assai grave per una città che voleva impiantare nel suo territorio un distretto multimediale. E poi, l’alta popolazione di un’università così concepita stimola più l’apertura di pub e pizzerie che l’innovazione industriale. Con questo non si vuole affatto sminuire l’impegno e la capacità imprenditoriale di chi gestisce un locale aperto al pubblico, ma non si può ignorare che così le energie migliori non vengono indirizzate verso i settori più innovativi. Ormai, la parola declino è sulla bocca di un numero sempre più alto di bolognesi, il che non sorprende, dato che in questa città sempre più persone campano su rendite protette da tempo. Il ministro Bersani, tanto solerte con taxisti e barbieri, potrebbe dare un’occhiatina anche nel cortiletto di casa. Perché una pulitina non guasterebbe. 

 (Pubblicato da La Voce di Romagna in diversi articoli nel mese di giugno )  

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