Gaza, la pesante eredità di Arafat

Le notizie che si susseguono dalla striscia di Gaza parlano apertamente di guerra civile, nella quale sembra ormai prevalere la fazione più estremista, ossia quella di Hamas, alla quale non resta che conquistare la capitale Gaza City per conseguire la vittoria completa sul campo.

Uno degli aspetti più inquietanti di questa vicenda è che la guerra civile è stata a lungo considerata da tutti gli osservatori come lo sbocco più probabile alla crisi in atto, senza che i moniti di questi ultimi abbiano sortito il benché minimo effetto. Di fronte al dramma palestinese la comunità internazionale sembra avvolta da un frustrante senso di impotenza. Forse non ha tutti i torti Massimo Introvigne, quando auspica che i territori palestinesi tornino ai loro antichi sovrani, Egitto e Giordania, perché almeno loro saprebbero come riportare l’ordine. D’altronde, lo stato palestinese è morto ancor prima di aver emesso il suo primo vagito, ucciso dall’odio che pervade la propria comunità. Gli antisemiti e gli antisionisti in servizio permanente effettivo non trovano di meglio che indicare nella tirannia sionista la causa di ogni male. Questo disco rotto che ripete all’infinito questa litania mostra però la corda. La questione palestinese è ben più complessa e i cattivi si celano, soprattutto, nelle capitali mediorientali, senza dimenticare le cancellerie europee, con in testa l’attuale governo italiano e il suo ineffabile Ministro degli Esteri.

Bando alle miserie di casa nostra, la causa principale dei mali palestinesi va ricercata nel ruolo giocato dal loro ex-leader storico Yasser Arafat. Questo personaggio, figlio della guerra fredda, è stato croce e delizia del proprio popolo e fu creato ad arte dai servizi segreti rumeni, che lo “inventarono” originario di Gerusalemme – con tutta la carica profetica che ciò comporta – quando in realtà ha visto i suoi natali al Cairo il 4 (o 24) agosto 1929. Come dicevo, è stato croce e delizia del suo popolo. Anzi, prima delizia, in quanto capace di portare le istanze palestinesi di fronte alla comunità mondiale, e poi croce quando si è trattato di portare a casa la pace con Israele, in particolare a Camp David nel 2000, quando Ehud Barak propose che passasse sotto la sovranità palestinese il 96% degli attuali territori occupati da Israele; il tutto sotto lo sguardo complice di Bill Clinton, che voleva coronare il suo secondo mandato presidenziale, ormai agli sgoccioli, con lo storico accordo tra Israele e Palestina. In questo essere croce e delizia c’è tutto Arafat, che da buon rivoluzionario ha trovato la sua giusta dimensione ogni qualvolta ha potuto misurarsi con un nemico. Nel promuovere le istanze palestinesi, Arafat ha dato il meglio di sé non appena ha potuto scagliarsi contro il nemico israeliano, riuscendo a far passare il proprio popolo come vittima di quegli ebrei, osteggiati, non soltanto dai sovietici, ma anche da quelle democrazie occidentali che avrebbero dovuto prenderne le difese. Queste ultime, specie in Europa, non hanno mai mancato di far emergere proprio odio verso Israele, sia adottando un comportamento di quasi complicità nei confronti di efferati terroristi mediorientali (vedi caso Achille Lauro), sia incoraggiando Arafat nei suoi comportamenti più ambigui. E non si tiri fuori la disperazione dei campi profughi, perché per anni l’OLP capeggiata da Arafat è stata destinataria di fondi sovietici, arabi ed europei per svariati miliardi di dollari tanto che, a quanto si dice, lo stesso Yasser Arafat poteva considerarsi uno dei primi dieci uomini più ricchi del mondo. Solo che il suo denaro, invece di essere adoperato per alleviare le condizioni popolo palestinese, finiva tutto in armi o in banche svizzere.

Come tutti i rivoluzionari, Arafat non ha mai agito in vista di un traguardo, ma contro un nemico, e oggi ci troviamo di fronte ai frutti avvelenati della sua eredità. In un popolo predisposto all’odio il benessere proprio passa in secondo piano rispetto al desiderio di distruzione dello stato di Israele. Lo sgombro da Gaza dei coloni israeliani ordinato da Ariel Sharon è stato un po’ come aprire il vaso di pandora dell’odio palestinese, che senza il bersaglio ebraico, ora si manifesta in una guerra civile priva di senso e di qualsiasi scopo razionale. Oggi i palestinesi sono persone cresciute ed educate nell’odio sin dalle scuole elementari, dove il 72% dei bambini sogna di diventare martire, e dove in una quinta classe si imparano poesie che recitano: “Io porterò la mia anima nella mia mano e la getterò nell’abisso della distruzione! E allora, oh vita, lieti amici! Oh morte, irritando i nemici! Per la tua vita! Vedo la mia morte, ma affretto i miei passi verso di essa. Per la tua vita! Questa è la morte degli uomini E chi chiede una nobile morte? Eccola qui!”. 

(La Voce di Romagna, 16/6/2007)   

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