Elezioni: due Italie che non comunicano più

Il responso elettorale ha detto inequivocabilmente che il Governo Prodi non se la passa bene. Ma questo non fa che confermare quanto già si sapeva. Ciò che va invece sottolineato è che il risultato di queste ultime consultazioni amministrative conferma la tendenza che già si era registrata a partire dalle politiche del 9 aprile scorso, quando Prodi si mangiò quasi tutto il vantaggio che aveva nei confronti della Cdl.

Detto dell’enorme impopolarità di questo governo e di questa maggioranza, l’elemento più importante, e allarmante, di questa tornata elettorale è la conferma della divisione geografica a compartimenti stagni del voto degli italiani. Se nelle regioni rosse il vantaggio del centrosinistra si è assottigliato un po’ ovunque – in Liguria, come in Emilia-Romagna – a dimostrazione delle difficoltà del governo ”amico” e del nascituro Partito Democratico,  al nord il centrosinistra, non solo ha perso molte città capoluogo, ma le ha perse in modo netto. In precedenza, si era notata la tendenza generale in favore dei sindaci uscenti un po’ in tutta Italia grazie a una legge elettorale che consente loro di amministrare con meno problemi rispetto al governo nazionale e di crearsi un rapporto più stretto con la cittadinanza. Ebbene, il voto del nord ha spazzato via tutto questo.

Ciò che viene messo in discussione dagli scarti elettorali di questa tornata non è tanto l’attuale governo, ma l’intero paese. È la riuscita del progetto di Italia unita che è in discussione, non due o tre poltrone a me piuttosto che a te. Tornando ai tempi della realizzazione dell’unità d’Italia, bisogna ricordare come allora l’economia del nord e del sud della penisola gravitassero attorno a poli differenti: il nord, con al centro la Lombardia, faceva parte della linea lotaringica, che va da Milano ai Paesi Bassi, passando per la Svizzera, la Baviera, l’Alsazia, la Lorena, parte della Francia, fino ad arrivare al Belgio (allora territorio austriaco come il lombardo-veneto), al Lussemburgo e all’attuale Olanda; il sud, invece, intratteneva proficui rapporti con la Gran Bretagna (gli ufficiali di marina borbonici conoscevano tutti l’inglese) e con il Sud America, allora economicamente molto fiorente. L’unità d’Italia ruppe questo equilibrio formatosi spontaneamente  cercando di creare dal vertice un mercato interno, come se fosse facile inventare dal nulla un sistema di relazioni consolidate nel tempo. Le difficoltà furono enormi, e due guerre mondiali non aiutarono. E a tutt’oggi possiamo dire che le economie del nord e del sud dell’Italia rispondano a logiche del tutto differenti, per non dire opposte: la prima industriale e capitalistica, la seconda burocratica e assistenzialistica, finanziata dalla prima. La politica della spesa pubblica adottata a partire dal secondo dopoguerra con la Cassa del Mezzogiorno completò il disastro, grazie anche alla struttura iper-centralizzata dello Stato italiano esistente dai tempi della sua formazione. L’assistenzialismo praticato dai governi della prima repubblica ha attenuato le differenze tra il nord e il sud dell’Italia agendo sugli effetti, ma non sulle cause, così da creare abitudini di vita opposte nelle due parti del paese, tanto che, una volta limitato lo strumento della spesa pubblica, tali differenze sono emerse in tutta la loro evidenza.

Oggi abbiamo diverse parti del paese che domandano cose diverse, e spesso opposte, a uno Stato il cui rigido centralismo impedisce di dare risposte diverse a problemi diversi. Il giorno in cui Lombardia, Veneto e forse Friuli dovessero trovare una classe dirigente all’altezza (cosa che non hanno mai avuto), certi propositi di secessione, ad oggi tutt’altro che assopiti, potrebbero trovare i giusti canali per portare a termine l’impresa, così che al resto del paese non resterebbero neppure i denari per il becchino, perché senza l’apporto di quelle regioni all’Italia non resterebbe altro problema che quello della propria sepoltura. Personaggi come Gentilini a Treviso e Tosi a Verona dovrebbero insegnare alla Cdl che è ora di abbandonare certe remore e certi timori verso il politically correct e il buonismo imperante. Durezza nella gestione dell’ordine pubblico e Stato e burocrazia fuori dall’economia. Questo chiedono cittadini minacciati da una criminalità crescente e imprenditori, professionisti e lavoratori che si trovano a competere su mercati internazionali contro concorrenti con alle spalle stati meno inefficienti, burocrazie meno soffocanti e un fisco meno vessatorio. E all’Italia che non vuol cambiare sarebbe ora di far capire che se alle aziende del nord vengono frapposti ostacoli di ogni tipo sarà difficile produrre a sufficienza per generare quel gettito fiscale sufficiente a mantenere l’elefantiaca burocrazia improduttiva del meridione e a finanziare i privilegi delle cooperative rosse e del sistema di potere ad esse collegato.

 (La Voce di Romagna, 30/5/2007)

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