Quelle singolari analogie tra Malatya e Telecom

Cos’hanno in comune l’eccidio di Malatya e il ritiro di AT&T dall’affaire Telecom? All’apparenza nulla. Eppure, due fatti così diversi testimoniano entrambi le difficoltà che certi paesi incontrano nell’aprrocciarsi alla società aperta. Il caso dell’eccidio di Malatya mette in primo piano le difficoltà politiche della Turchia nel suo processo di avvicinamento all’Europa e le contraddizioni della rivoluzione laicista guidata da Kemal Atatürk mirante a secolarizzare la Turchia dall’alto. Così come accadde all’Iran dello Scià Reza Pahlavi, i processi di sviluppo che hanno contrassegnato il Novecento turco si sono ispirati a una sorta di modernismo reazionario, per usare l’espressione che coniò Jeffrey Herf per descrivere il processo d modernizzazione tedesco di fine Ottocento quando gli junkers (i grandi proprietari terrieri prussiani) intravidero la possibilità di salvare la sostanza dei loro interessi attraverso l’industrializzazione e le tecnologie che il mondo nuovo metteva a disposizione. In Iran, le riforme economiche e sociali di stampo occidentale attuate dallo Scià hanno fatto sì che una crescita economica forte, ma anche rapida e tumultuosa, creasse presso la popolazione nuove esigenze tipicamente moderne che un governo accentratore non è mai in grado di soddisfare, così che, come spesso accade in questi casi, l’élite modernizzante al potere venne defenestrata da una nuova élite rivoluzionaria, che col tempo si rivelò ben più dispotica della precedente. La Turchia kemalista ha seguito un processo analogo, ma più diluito nel tempo e meno tumultuoso di quello iraniano, però si trova a fare i conti con la modernità e le sue contraddizioni legate al rapporto tra una maggior democratizzazione – con annessa crescita del consenso ad opera di partiti anti-moderni come l’AKP, pur nella leadership della sua ala meno estremista rappresentata da Erdogan – e una maggiore modernizzazione, connessa però a un ruolo più forte e non sempre democratico giocato dall’esercito. Sia l’assassino di Don Santoro, sia quelli di Malatya aderiscono all’estremismo nazionalista. In particolare, gli ultimi sembrano far parte dei Lupi Grigi, il movimento di cui fece parte l’attentatore di Giovanni Paolo II Alì Agca e la cui ideologia, rivolta a un paganesimo pre-islamico, è impregnata di odio antioccidentale a tal punto da rivendicare quell’Islam un tempo loro nemico come parte irrinunciabile dell’identità turca. Fondamentalisti e ultranazionalisti potrebbero giocare lo stesso ruolo di truppe della rivoluzione che in Iran giocarono i mercanti dei bazar e i fellah (contadini nomadi): i primi minacciati dall’affermarsi di regole commerciali tipicamente occidentali, i secondi colpiti dalle riforme agrarie dello Scià ispirate alla proprietà privata. Questi casi, però, denotano tensioni tipiche di paesi che hanno cercato – come l’Iran – o cercano – come la Turchia – di modernizzarsi, pur tra mille difficoltà e mille errori, che del resto sono inevitabili in questi processi. Non così, invece, sembra voler fare l’Italia. La vicenda Telecom si sta avviando al suo epilogo più triste e misero. Poco più di due settimane fa sottolineai  come in Italia la certezza del diritto fosse uno degli aspetti più sconfortanti del nostro sistema paese e puntualmente AT&T si è ritirata proprio a causa dell’incertezza che ha avvolto la vicenda Telecom. L’interventismo dissennato del governo italiano ha fatto capire ad AT&T che era ospite indesiderato. Come dire: là fuori c’è un mondo intero che cambia e innova e speriamo che non entri. Questo è il messaggio lanciato. Si parla ora di investitori italiani, ma se c’è di mezzo Berlusconi non va più bene. Insomma, si vuol dare tutto agli amici, nella peggior tradizione di un paese chiuso in cui si fa affari soltanto con i compagni di merende, sia per i limitati orizzonti della nostra classe dirigente, sia perché, con l’incertezza normativa che c’è in Italia, è sempre meglio conoscere di persona i propri partner commerciali. L’Italia, poi, si è fatta riconoscere una volta di più come paese inaffidabile, con un governo in cui albergano gli epigoni del comunismo, un’ideologia che unisce il razzismo antiamericano a una visione arretrata dell’economia e della società. L’Italia e la Turchia sono due realtà con problemi simili, con la seconda, però, che presenta i problemi tipici di un paese ancora chiuso, ma desideroso di crescere, come dimostra il suo trend demografico, mentre la prima impiega tutte le sue migliori energie per costruirsi un guscio dal quale sembra proprio non volere uscire.     

(La Voce di Romagna, 20/4/2007)   

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