L’Italia senza capitali e con tanti liberisti immaginari

L’offerta per Telecom lanciata da At&t e América Móvil ha avuto l’effetto del sasso lanciato nello stagno del nostro teatrino della politica. Chi fino a ieri si ergeva a campione delle liberalizzazioni si è scoperto all’improvviso difensore dei “campioni nazionali”, mentre chi nel recente passato si è speso per l’italianità delle banche e per il salvataggio di Alitalia in nome della difesa della “compagnia di bandiera”, oggi chiede al governo di non interferire con il mercato. L’impressione è che se al governo avessimo avuto il centrodestra, le perplessità dell’esecutivo sarebbero state le stesse.

È giustificato l’allarmismo creatosi in seguito all’”invasione economica dello straniero” nel nostro paese? No senz’altro. L’Italia è un paese che soffre cronicamente di scarsità di capitale e un paese in tale situazione ha due modi per ovviare al problema: aumentare la quota di risparmio al fine di accumulare capitale, il che richiede tempo, specie considerando che parte del risparmio andrebbe a detrimento del debito pubblico; oppure attirare capitale dall’estero agevolando l’investimento di imprese straniere in Italia. La seconda ipotesi, più rapida, è senz’altro la più conveniente, perché, come sostenuto dall’economista austriaco Ludwig von Mises: “Carenza di capitale significa essere più lontani dal raggiungimento del fine perseguito rispetto a chi ha cominciato a perseguirlo in un data anteriore”. Carenza di capitali, quindi, è anche carenza di tempo. È l’effetto dovuto all’aver iniziato tardi verso il fine cercato. Avere beni capitali a disposizione equivale a essere più prossimi allo scopo prefissato e un incremento dei beni capitali a disposizione rende possibile raggiungere fini più remoti senza essere costretti a limitare eccessivamente gli attuali livelli di consumo.

L’arrivo di investitori esteri, quindi, dovrebbe essere ben accetto. Semmai, dovremmo lamentare il fatto che l’Italia, da ormai troppo tempo, non è più meta ambita dal capitale straniero. Inoltre, un’eventuale acquisizione di Telecom ad opera di At&t porterebbe in Italia maggiori conoscenze da parte di una grande impresa che da oltre un secolo opera nel campo delle comunicazioni, il che sarebbe oltremodo utile in un paese che destina ben poche risorse alla ricerca scientifica e in cui i più bravi ricercatori sono spesso costretti ad andare all’estero per svolgere al meglio la loro attività. Quindi, attraverso l’investimento in Italia di imprese estere ci sarà la possibilità che conoscenze formatesi in paesi più avanzati arrivino qui da noi, poiché, come sostiene l’economista americano Joseph Stiglitz, la conoscenza possiede molte delle proprietà dei beni pubblici, come il consumo non competitivo (ossia condiviso), così che se è possibile escludere altre persone dal godere i benefici di alcuni pezzi di conoscenza, si rivela però inefficiente farlo; ed è spesso difficile escludere individui dal goderne i benefici.

Anche il gap tecnologico accumulato dall’Italia negli ultimi vent’anni è una conseguenza della carenza di capitale. Se il problema stesse nella carenza di tecnologia, la soluzione consisterebbe semplicemente nell’acquisire la conoscenza tecnologica da paesi più sviluppati chiamando centinaia di esperti ad applicare le loro competenze e le loro abilità. Questo però, comporterebbe la necessità di un forte risparmio per rendere i lavoratori e i fattori produttivi materiali disponibili per l’esecuzione di processi produttivi complessi e tecnologicamente avanzati, e ciò richiederebbe molte privazioni per un lasso di tempo molto prolungato. L’arrivo dei ”conquistatori stranieri” ci farebbe risparmiare tempo e ci metterebbe in grado di moltiplicare la produttività del lavoro senza troppo soffrire.

Per questo, l’ipotesi At&t o America Mòvil si rende preferibile rispetto a quella che vede in prima fila le banche italiane, le quali, invece di una maggior esperienza nel campo delle telecomunicazioni, sembrano vantare maggiori agganci con l’attuale potere politico italiano, cosa che di solito non arreca beneficio al consumatore. Certo, il fatto che l’Italia sia sempre più terra di conquista economica non è un bel segnale, ma ciò è la conseguenza, e non la causa del nostro declino. Mantenere i campioni nazionali in mani italiane servirebbe soltanto a incentivare l’inefficienza figlia di decenni di imprenditoria politicamente assistita e messa al riparo dalla concorrenza. L’offerta di 2,92 € ad azioni, poi, sembra denotare un interesse reale da parte dei due colossi stranieri che va ben al di là di una mera speculazione. Se queste imprese sceglieranno o meno di rilanciare Telecom creando occupazione di alto livello, ciò dipenderà dal contesto istituzionale e dalle certezze che l’Italia saprà offrire, sia sotto l’aspetto normativo, sul quale c’è veramente da piangere (quanto a certezza del diritto e a tutela dei diritti di proprietà l’Italia è agli ultimi posti tra i paesi occidentali), sia sul fronte della conflittualità sindacale, che spesso e volentieri tiene lontano chi dall’estero potrebbe sbarcare in Italia e fa scappare chi in Italia è nato e cresciuto.

Come andrà a finire non lo so, ma in un’Italia che si ricorda di essere patriottica soltanto in occasione degli incontri della nazionale, sentir parlare di difesa dei “campioni nazionali” non è certo un buon segno. Se un paese che ha bisogno come il pane di investimenti esteri quale è il nostro sente bussare alla sua porta due colossi come At&t e América Móvil e storce il naso infastidito, è evidente che, in fin dei conti, non si trova poi così male nei guai di cui tanto si lamenta.

 (La Voce di Romagna, 5/4/2007)    

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