Perché gli INTELLETTUALI odiano il popolo?

Ogni tanto mi capita di vedere il film “Caccia a Ottobre Rosso”, il film con Sean Connery che, meglio di ogni altro (persino delle trilogia di Rambo) si presta a simboleggiare il tramonto dell’esperimento comunista e la fase cadente dell’impero sovietico. Purtroppo, più passa il tempo e più, nel rivederlo, vengo colto da un sentimento di nostalgia misto delusione. Nostalgia, perché quei tempi mi ricordano l’entusiasmo che colse ogni anticomunista nel vedere crollare quell’impero fondato sulla miseria, sull’orrore, e sulla menzogna; delusione, perché, a distanza di anni, la sinistra post-comunista è arrogante come e più di prima, l’anticapitalismo permane e, soprattutto, perché la fine del comunismo, lungi dallo spalancare l’Europa occidentale alla penetrazione dei valori liberali, ne ha fatto il teatro della difesa del peggior socialismo democratico, assistenzialistico e parassitario.

Purtroppo, se dietro la cortina di ferro il socialismo reale dispiegava i propri orrori, nell’altra Europa non vigeva il libero scambio, con i valori morali ad esso afferenti, ma un socialismo assistenzialistico che ha svuotato le persone di ogni spirito di iniziativa. Infatti, una volta crollato il muro di Berlino, molti paesi dell’est Europa, forgiati dalle privazioni dell’inferno comunista, hanno trovato il giusto spirito per approntare politiche liberiste efficaci, mentre l’ex-Germania Est, che è passata direttamente dal socialismo reale a quello democratico della Germania Federale, è diventato lo stato che più di tutti è rimasto al palo. Il socialismo democratico vigente in Europa occidentale ha viziato la gente facendola vivere al di sopra delle proprie possibilità senza che ne avesse percezione alcuna e, come tutte le creature viziate da troppa abbondanza, l’homo europeus è diventato meschino, invidioso e ricettivo all’assimilazione di dosi sempre più massicce di socialismo più o meno strisciante, nonché desideroso di dosi sempre più massicce di socialismo reale, specie se applicato sulla pelle altrui. Ma da cosa ha origine l’idea comunista? Perché è radicata a tal punto che nemmeno il crollo del comunismo e dell’Unione Sovietica sembrano non aver intaccato le convinzioni di chi a quell’ideologia ha aderito?

L’ideologia marxsista altro non è che una tappa di una vicenda ben più complessa iniziata con la Riforma Protestante, proseguita con la Rivoluzione Puritana del 1640, per poi avere una forte accelerazione con la Rivoluzione Francese nel 1789, specie nella sua versione giacobina del 1791. Come ha ben detto James Billington nell’introduzione del suo “Con il fuoco nella mente”: I rivoluzionari moderni sono credenti, coinvolti nella loro fede in maniera non meno intensa di quanto fossero i cristiani o i musulmani di un’epoca precedente. La novità sta nella certezza che un perfetto ordine secolare debba emergere dal rovesciamento violento dell’autorità tradizionale: questa idea, in sé non plausibile, ha dinamicizzato l’Europa del diciannovesimo secolo, ed è poi divenuta nel ventesimo l’articolo ideologico esportato con maggior successo dall’Occidente nel resto del mondo”.  

E con la rivoluzione si è esportato automaticamente il terrorismo, perché cos’è il terrorista, se non il rivoluzionario che non riesce a prendere il potere? E cos’è il rivoluzionario, se non il terrorista che riesce a prendere il potere? Da che mondo è mondo la rivoluzione (e quindi il terrorismo) è sempre stata roba da ricchi, perché i poveri si sono sempre limitati soltanto all’assalto ai forni e poco d’altro nei periodi di carestia, mentre solo chi, avendone le possibilità, ha avuto una formazione intellettuale di una certa consistenza è stato in grado di concepire progetti di edificazione sociale alternativi a quelli di volta in volta esistenti. Solo gli intellettuali aspirano a “cambiare il mondo”, magari con progetti velleitari, ma solo loro hanno una capacità di “indignazione morale” sufficiente per spingerli ad agire con odio in vista di “nobili scopi” che alle masse non si addicono. Infatti, nelle rivoluzioni le masse popolari fungono da manovalanza che, una volta finito il proprio compito, torna a vivere come prima e spesso ancor peggio. Come ha ben rilevato Gianfranco Miglio a proposito della Rivoluzione Francese: “…il potere cade e rimane per un quarto di secolo in balia di un ceto di avvocati e di intellettuali, pronti a scannarsi a vicenda quanto desiderosi di soddisfare la loro fame repressa di prebende e privilegi. L’Assemblea Costituente era composta da 400 laureati in legge su 648, dal 43% di titolari di pubbliche funzioni e solo per il 13% da operatori economici. Questa nuova classe non è la borghesia moderna imprenditrice: i suoi membri prima fruiscono di paghe pubbliche, poi si impadroniscono dei beni espropriati al clero e alla nobiltà – tutte trasformazioni politiche e sociali dello Stato moderno a cavallo tra Settecento e Ottocento furono possibili, in fondo, perché i costi furono pagati con l’immensa riserva dei beni ecclesiastici – sostituiscono alla rendita politica la rendita fondiaria”.

Ma da dove viene l’odio ideologico degli intellettuali? Tutto inizia con la fine del monopolio culturale della Chiesa, quando l’intellettuale, discendente spirituale del chierico, acquista autonomia e indipendenza, dispone del suo “capitale mentale”, ma scopre di non avere ascendente sulle masse e che può vivere solo all’interno della classe dei “ricconi”, il che gli crea quel senso di frustrazione che lo porta al risentimento nei confronti del “borghese chi lo mantiene” e da cui dipende. Inoltre, la credenza di dover adempiere a una grande missione spirituale porta l’intellettuale a un atteggiamento ipercritico verso una società che non lo comprende; talmente ipercritico da fargli perdere coscienza di sé. Il suo disprezzo verso il volgo ignorante crea ulteriori complicazioni, dato che in lui urgono due bisogni contraddittori come l’isolamento aristocratico e il legame con il popolo per diventarne la guida spirituale (ama il popolo solo se fa ciò che dice lui). Egli è un “profeta disarmato” poiché, con l’indipendenza dalla Chiesa, ha perso gli strumenti organizzativi per plasmare gli uomini (da qui l’odio degli intellettuali verso la Chiesa) e per dar sfogo alla sua vocazione messianica. Già con la Riforma Protestante ci fu il primo intellettuale déclassé, Thomas Muntzer, che attizzò l’odio contro le classi dominanti, stimolando le più selvagge passioni per materializzare il suo sogno di “instaurare il regno di Dio” e “combattere i nemici della fede”. Ma è con la rivoluzione industriale che avviene l’alleanza tra intellettuale e popolo su una base meramente negativa, ossia l’odio comune verso la ricchezza e i valori borghesi, contrari sia alle classi lavoratrici in quanto “sfruttate”, sia agli intellettuali, incapaci di cogliere i frutti del loro sapere, sia in termini economici, sia in termini di prestigio. Un odio antico, quindi. Ma tanto forte quanto radicato nel tempo. 

(Le Ragioni dell’Occidente, marzo 2007)           

   

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  1. #1 di Claudio il maggio 4, 2008 - 8:49 am

    Ricostruzione, secondo me, impeccabile. Grande lucidità, complimenti.

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