Otto marzo: la festa di una fregatura

Il clima inusuale di quest’inverno ha complicato l’esistenza persino ai floricoltori, che hanno visto sbocciare prima del previsto più di una varietà di fiori tipicamente primaverili, e tra questi non hanno fatto eccezione le mimose. Sarà forse un segno, ma questo otto marzo sembra destinato a passare alla storia più per gli allarmi dei floricoltori che per qualsiasi altro significato di ordine politico.

Fra Afghanistan, Dico e crisi di governo, le portate principali del menù politico del 2007 non sembrano servite a base di mimose. Di origine controversa, questa ricorrenza dal significato meramente politico, rilanciata in Italia nel secondo dopoguerra dall’UDI (Unione Donne Italiane), ha ormai perso il suo fascino e non trascina più i cuori verso quelle mete tanto agognate dalle femministe negli anni Sessanta e Settanta. Più che all’insegna di grandi progetti per un avvenire radioso, da anni l’Otto marzo si svolge all’insegna del rimpianto e della lista delle cose non fatte e delle conquiste non realizzate, benché un tempo ritenute a portata di mano. Pur rimarcando la mia personale contrarietà al movimento femminista e all’aspetto conflittuale della sua ideologia, non posso fare a meno di provare una sincera malinconia nel vedere come tante speranze si siano andate via via affievolendo nel tempo e come ciò che un tempo sembrava avere il vento in poppa oggi tenda ad arretrare alla stregua delle armate del Feldmaresciallo Von Paulus in seguito ai contrattacchi sovietici.

Le conquiste dell’emancipazione sembrano oggi rivoltarsi proprio contro coloro che ne sarebbero dovute essere le beneficiarie, ossia le donne. Un tempo la donna emancipata era quella che poteva permettersi il lusso di stare a casa a badare ai figli senza il bisogno di dover lavorare duramente nei campi, ma da un certo momento in avanti, ciò che era un lusso venne disprezzato in nome di una critica radicale alla cultura cristiana e capitalistica. A questo va aggiunto che, dagli anni Sessanta in poi, l’importanza dell’elemento commerciale ha condiziona pesantemente la nostra società. Nel passaggio dalla società contadina (imperniata sulla logica del piccolo gruppo in cui tutti si conoscono e si aiutano) alla società urbana – più ricca, ma anche più impersonale – i rapporti personali hanno sempre più ceduto il passo a rapporti più formali mediati dal denaro, e questo ha reso sempre più precario il ruolo della casalinga, alla quale non viene riconosciuto alcun compenso monetario.

Inevitabilmente, per le donne l’emancipazione si è risolta nell’uscita da casa. Ma se tutto questo ha avuto all’inizio un alone di libertà, ha finito con gli anni per ridiventare una necessità, perché, nel frattempo, prezzi e stili di vita hanno imposto alle famiglia un doppio stipendio, il che si è tradotto, per la donna, in una doppia fatica: una al lavoro e l’altra a casa, e come unico – e preziosissimo – welfare la famiglia, ossia i nonni, quando ci sono. Alla doppia fatica, poi, vanno aggiunte le difficoltà che in Italia le donne incontrano nella ricerca del lavoro, il cui mercato prevede teoricamente mille tutele (per chi il lavoro ce lo ha già) che si traducono, però, in mille e più ostacoli per chi lo deve cercare, specialmente per le donne.

La verità è che le festa della donna viene intesa dagli “ottomarziani” e dalle “ottomarziane” come la festa di un certo tipo di donna: la donna impegnata in politica (possibilmente a sinistra e di comprovata fede abortista), che ad ogni otto marzo predica la tolleranza verso l’Islam, fregandosene delle denuncie di molte donne islamiche e tacciando di razzismo chiunque faccia notare come, per molto meno, molte femministe lancino da anni – e lancino tutt’ora – strali contro la Chiesa cattolica “oscurantista”; la donna che si lamenta costantemente della scarsa presenza femminile in politica senza capire che se la politica è quella attuale tanto meglio per le donne (e per chiunque) non averci a che fare; la donna che si lamenta delle discriminazioni sul lavoro con i soliti slogan da lotta di classe, senza accorgersi che proprio nel paese capitalistico per eccellenza – gli Stati Uniti – le donne hanno raggiunto traguardi altrove impensabili, perché solo in un contesto di mercato autenticamente libero da leggi e veti sindacali va avanti chi merita, donna o uomo che sia, perché ogni qualvolta una donna, un nero, o chiunque altro viene discriminato semplicemente sulla base di un pregiudizio, allora il mercato è lì a punire i pregiudizi.

Ma il peggio di sé, questo tipo di donna lo sta dando in sede ONU lontano da sguardi indiscreti. Sotto l’egida dei diritti umani, diverse Ong femministe si stanno battendo per diffondere “il diritto all’aborto” ovunque.  Attraverso la corruzione del linguaggio, alla parola “genere”, a lungo usata come sinonimo di “sesso”, è stato imposto il significato di “ruolo costruito dai condizionamenti sociali”, così da rendere più facile la diffusione di una cultura omologante tipicamente egualitaria.  La donna da festeggiare sarebbe perciò la rappresentante di quel “femminismo elaborato a tavolino da un’élite intellettuale e diffuso nel mondo da istituzioni e organizzazioni tese a promuovere una società pianificabile, composta da una moltitudine atomizzata di persone poco interessate ad appartenersi l’una all’altro e dunque poco propense a riprodursi”, come ha scritto Alessandra Nucci nel suo libro Donna a una dimensione.  

Cosa ci sia quindi da festeggiare oggi, sinceramente non lo so. Forse se si vendono mimose. Ormai, l’otto marzo sta sempre più acquisendo il significato di un altro San Valentino con il regalo rituale delle mimose alla propria amata. E chissà che non sia meglio così.

 (La Voce di Romagna, 8/3/2007)

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