I catastrofisti di professione

Emergenza clima! Questa è la nuova parola d’ordine dei catastrofisti, che, come la nuvoletta fantozziana, stano in agguato anche 14 mesi all’anno. Ad ogni inverno mite seguono sempre previsioni di estati torride, smentite sistematicamente da richieste di aiuti governativi per compensare i mancati introiti dovuti a estati rovinate dal maltempo. Ma si sa, l’importante è chiedere. Tutt’al più si ottiene qualcosa.
Terra rovente, ghiacci che si sciolgono, mari che si sollevano, campi agricoli come deserti, Pecorari che strepitano e Scanii che straparlano. Un futuro di fame, carestie, e, soprattutto, scemenze non ce lo leva nessuno. Certo, le piogge non cadono, e le temperature nemmeno. Eppure, un inverno mite offre anche dei vantaggi: minori spese per combustibili da riscaldamento, meno incidenti dovuti al ghiaccio e influenza fuori gioco anche senza il permesso di Emilio Fede. Riguardo a flora e fauna, poi, si sa che luce e calore favoriscono la vita, all’opposto di buio e freddo, specie in aree come quelle del Nord Europa e del Nord America, come nel caso del caribù in Alaska, la cui sopravvivenza sarebbe minacciata (secondo gli ambientalisti) dall’estrazione del petrolio. Peccato che i caribù si siano ammassati tutti in prossimità dei pozzi petroliferi perché lì trovano una temperatura più alta.
Comunque, niente paura. Le previsioni degli ambientalisti hanno toppato più dell’Inter di Massimo Moratti e delle bombe di calciomercato di Maurizio Mosca. Nel 1972 il CLUB di Roma sosteneva che le riserve mondiali di petrolio ammontavano a 550 miliardi di barili e si sarebbero esaurite entro il 1990; il fatto poi che le riserve siano cresciute fino a 900 miliardi non ha scoraggiato i nostri men in green. Il rapporto Global 2000, commissionato dall’ex-presidente americano e neo premio Nobel per la pace Jimmy Carter (Buon Nobel per la pace non mente), pronosticava un aumento dei prezzi delle derrate alimentari, nel periodo tra il 1980 e il 2000, di una percentuale compresa tra il 35 e il 115%. Risultato: crollo dei prezzi delle derrate alimentari del 50%. Nel 1975 questi signori ci dicevano che, a causa dell’aumento di anidride carbonica la terra sarebbe andata incontro a una nuova glaciazione; da qualche anno ci dicono che, sempre a causa dell’aumento di anidride carbonica, la terra si sta surriscaldando. Questo sì che è dare i numeri! Ciò che stupisce è che meno ci prendono e più ci provano.
In ogni modo, la comunità scientifica è molto scettica, non solo sull’aumento di anidride carbonica come causa dell’aumento delle temperature, ma anche sul fatto che le temperature aumentino così tanto come sostengono gli ambientalisti. Infatti, le statistiche vengono distorte dal fatto che le temperature vengono misurate in modo rilevante in quelle autentiche isole di calore che sono le città, le quali, però, occupano una superficie del pianeta assai modesta. Periodi caldi, del resto, la terra ne ha sempre avuti. Nel 218 a. C. Annibale poté attraversare le Alpi con gli elefanti solo perché lì non c’era neve. Nel Medioevo era talmente caldo che in Gran Bretagna e Norvegia si coltivavano grano e vite, mentre la Groenlandia (in inglese Greenland, ossia terra verde), prese il nome dai Vichinghi attorno all’anno 1000, in quanto ricca di vegetazione. E a quell’epoca non mi risulta che ci fossero industrie che inquinavano. Dal 1300 in poi la temperatura si abbassò per più di mezzo millennio, tanto che nel 1480-81 l’inverno durò sei mesi e il vino veniva tagliato con l’ascia e venduto a peso, mentre nel 1709, in Scozia nevicò ininterrottamente da gennaio a giugno. Forse, oggi ci troviamo nel bel mezzo di una naturale inversione di tendenza.
Sebbene le basi teoriche relative alle cause del riscaldamento siano fragili, gli ambientalisti hanno gioco facile nel far passare le loro tesi perché fanno leva sulla paura della gente e sull’invidia verso i ricchi da loro stessi alimentate. Le spiegazioni scientifiche nulla possono contro slogan ad effetto. Provvedimenti demagogici tipo blocchi del traffico sono del tutto inutili, anche perché l’inquinamento proveniente da autostrade e tangenziali si riversa nelle città e viene rilevato dalle centraline. Ma se, tecnicamente parlando, per inquinamento si intende l’atto con cui un soggetto rimuove dalla sua proprietà qualcosa di indesiderabile, dirottandola sulla proprietà altrui senza il consenso del titolare, allora la soluzione dei problemi di inquinamento non può prescindere da una più efficace definizione dei diritti di proprietà, cosa che gli ambientalisti, con la loro cultura post-marxista, non saranno mai in grado di fare. D’altronde, l’economista di sinistra Heilbroner, pur avendo riconosciuto il totale fallimento della dottrina comunista, ha sostenuto che: “È forse possibile che alcune delle istituzioni del capitalismo, come i mercati e la proprietà privata di alcuni mezzi di produzione possano essere adattate alla nuova situazione di vigilanza ecologica, ma, se è così, dovranno essere monitorate, regolate e limitate in un modo tale che sarebbe difficile chiamare capitalismo l’ordine sociale risultante”. Insomma, se il comunismo è uscito a calci dalla porta della storia, può sempre rientrare dalla finestra, magari equa e solidale. Quella contro l’ambientalismo, quindi, non è solo una battaglia per un’aria più pulita, ma è una battaglia per la nostra libertà contro coloro che vorrebbero controllare le nostre vite, siano essi residuati ideologici o industrie interessate.

 

(La Voce di Romagna, 21/1/2007)

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