I risultati devastanti della pedagogia sessantottina

Non c’è limite al peggio, vien da esclamare dopo il pestaggio avvenuto in un istituto professionale di Torino ai danni di un ragazzo down. Ma l’unica certezza che cova in noi sembra essere la consapevolezza che, a stretto giro di posta, la fantasia criminale di qualche altro virgulto riuscirà a far dimenticare questa vicenda, inventando qualcosa di ancor peggiore. Non si accettano suggerimenti, anche perché questi giovani barbari sembrano davvero non averne bisogno.

Ciò che ha sconcertato tutti gli opinionisti, ma anche la gente comune, è l’assoluta mancanza in questi ragazzi della benché minima consapevolezza di fare del male, come si evince dal fatto che sempre più atti di violenza vengono filmati e messi in rete come se si trattasse del più banale dei giochi. Inoltre, il pestaggio non è avvenuto di nascosto, ma davanti alla classe, il cui atteggiamento sembra aver spaziato tra l’indifferenza, la viltà e il divertimento.

Qui non siamo al ladro che per rubare aggredisce chi cerca di impedirglielo, comportamento criminale, ma in sé razionale. Un ladro “serio”, se può, evita di far del male, questi bambocci, invece, usano violenza per il gusto di farlo, senza rendersi conto della gravità delle loro azioni. Cosa spinge questi ragazzi a questi comportamenti? Sulla mancanza di severità e sulla più totale impunità vigenti nelle società occidentali si è già detto e scritto in quantità, ma picchiare un disabile è un atto di cattiveria pura. La mancata distinzione tra il bene e il male, già profetizzata da Nietzsche alla fine del secolo scorso, la stiamo vivendo oggi, sia ad opera degli adulti, sia ad opera dei più piccoli.

Molti fingono di non sapere che questi mostriciattoli scolastici non vengono dal nulla, ma sono figli della generazione che 40 anni fa fece il Sessantotto e che ha innestato una cultura immonda su un paese che in soli 15 anni si sviluppò economicamente, ma culturalmente rimase contadino e privo degli strumenti per contrastarla. Furono gli esponenti di quella cultura immonda a demonizzare il concetto di autorità e a trasformare in bersaglio tutte le figure che la rappresentavano, fossero queste il capufficio, il professore e, soprattutto, il padre; tutti etichettati, naturalmente, come fascisti. Il progressivo svuotamento della figura del padre ha posto le basi per il degrado morale che abbiamo oggi sotto agli occhi, perché il padre è colui al quale è demandata la severità e la disciplina, fatta, ancor più che di ceffoni, di quei no che spesso aiutano a crescere. Quei no che ti dicono che certe cose non si possono dire o non si debbono fare, fissando quei paletti che fanno restare le persone “al di qua del  bene e del male”. Oggi non c’è più nessuno che è autorizzato di dire “no”, perché la controcultura sessantottina ha del tutto svuotato il concetto di autorità, in base al quale si riconosce spontaneamente a certe persone la legittimità di imporci dei limiti e intimarci determinati comportamenti. Ma una volta sparita l’autorità, il suo posto è preso dal potere, ossia la costrizione imposta al prossimo senza il suo consenso. E mentre l’autorità indica la via da seguire per un comportamento raziocinante, il potere incentiva comportamenti istintuali, perché abitua le persone a fare la prima cosa che passa loro per la mente, infischiandosene del prossimo, solo perché ne hanno il potere. Inoltre, l’autorità attinge alla tradizione di comportamenti accettati in quanto virtuosi e sperimentati, mentre il potere attinge a un legalismo cervellotico e lassista, che i sessantottini hanno esercitato ed esercitano nella sua forma più prepotente, sia sul piano governativo, sia su quello dei valori. 

Purtroppo, oggi assistiamo a un approccio infantile e “materno” alla discussione dei problemi, ossia alla supremazia del fascino regressivo delle “immagini materne” che fanno breccia in particolare nei bambini, sull’identificazione con le “immagini paterne”, più inclini a far breccia in chi é adulto e responsabile. Le “immagini materne” fanno riferimento alle fantasticherie di un ritorno (all’indietro) a un’inesistente età dell’oro scevra da ogni preoccupazione, mentre il padre dovrebbe costituire un modello che si vuole imitare e superare (guardando avanti); con la sua immagine che é tanto più costruttiva, poiché è fondata sulla realtà e ispira progetti per l’avvenire. L’ attuale società del divertimento a tutti i costi (anche quello di picchiare un disabile), altro non è che il paradiso infantile di una totale felicità, tipica della vita preconscia nel grembo materno, che si traduce inconsciamente nell’adesione a ideologie, che, pur dichiarandosi progressiste, non fanno altro che riportarci indietro allo stadio primitivo dell’infanzia del mondo.

(La Voce di Romagna, 19/11/2006)

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