Bologna infetta, capitale corrotta

Ripercorrendo la storia d’Italia, scopriamo che le classi dirigenti via via succedutesi erano in prevalenza originarie di determinate zone della penisola, che furono dapprima Torino e il Mezzogiorno, a cui si aggiunse Roma con l’avvento della Prima Repubblica.

Ognuna di esse si è sempre distinta per la tradizione dirigista e accentratrice, con il Piemonte, influenzato dalla Francia, patria dell’assolutismo accentratore (monarchico prima e rivoluzionario poi), come testimonia la figura del prefetto che lo stato sabaudo impose all’Italia dopo averla importata dai cugini d’oltralpe. Solo Cavour fece eccezione, in virtù del suo prolungato soggiorno nella Manchester di Cobden e Bright e della loro Anticorn Law League, resa celebre dalla battaglia per la soppressione dei dazi sul grano. Riguardo al nostro Mezzogiorno poi, la sua classe dirigente rappresentò la continuità del potere borbonico e della sua burocrazia corrotta, entrambi custodi dei privilegi di un baronato cinico e chiuso. E Roma, come tutte le capitali, non mancò di ingrassare le fila dello Stato, estendendo la sua influenza al parastato in una situazione di parassitismo sempre crescente.

Purtroppo, neanche Milano è riuscita a invertire la tendenza. La città simbolo dell’italico produttivismo non è mai riuscita a esprimere una classe dirigente. Oltre al bravo tecnico Vanoni e al mediocre Zanardelli, la Lombardia non ha saputo dar vita a nulla fino a Bettino Craxi e, soprattutto, a Umberto Bossi e Silvio Berlusconi. Ma come sostenuto da Gianfranco Miglio, i lombardi non hanno vocazione politica a causa del loro cosmopolitismo congenito, tipico dell’operatore economico. Non è infatti un caso se, mentre gli abitanti delle varie parti d’Italia, quando risiedono all’estero, costituiscono delle nostalgiche “famiglie” regionali, si cercherebbe invano anche una sola “famiglia lombarda”.

Dopo Torino, Mezzogiorno, Roma e Milano, oggi è il turno di Bologna. Benché di origini reggiane, Romano Prodi ha a lungo svernato in quel di Bologna, la cui università è il suo feudo indiscusso, specie ora che Magnifico Rettore è il fedele Pier Ugo Calzolari. Altro feudo prodiano è stato la società di consulenza Nomisma, a cui lo Stato italiano ha spesso fornito vantaggiose, ma non si sa quanto utili commesse, e che ha fatto da palestra per molti professori dell’ateneo bolognese, come il bravo e competente Ministro dell’Agricoltura Paolo De Castro e il Presidente di Borsa Italiana SPA Angelo Tantazzi. Altro prodiano uscito dal mondo dell’università di Bologna è Arturo Parisi, che da perfetto sconosciuto ha fatto carriera all’ombra del Romanone nostrano,  fino ad arrivare a diventare Ministro della Difesa. E, come non bastasse, è bolognese anche l’elemento meno affidabile dell’attuale opposizione di centrodestra, Pierferdinando Casini. Se Mary Shelley avesse visto un tal laboratorio, chissà cosa avrebbe scritto invece di Frankenstein! 

Purtroppo, il governo attuale è espressione di una città in pieno sfacelo morale e culturale, che allo statalismo attuale non aggiunge lo spirito di iniziativa dei propri abitanti, bensì la vocazione al regime dell’Emilia rossa. Una città ormai priva di ogni capacità di reazione, da anni culla del più bieco avanguardismo culturale progressista, il che spiega in buona parte l’ultimo posto al mondo come indice di fertilità. E come non bastasse, è di recente scivolata agli ultimi posti nelle classifiche nazionali del degrado e della sicurezza. Una città in cui quel mostro chiamato università (cuore pulsante del potere prodiano) sta trasformando il centro storico in un gigantesco bordello sporco e senza regole; un mostro adatto per chi affitta appartamenti, ma assai meno per formare studenti all’altezza. Una città dove, anche a seguito di piani traffico mirati, sempre più esercizi commerciali chiudono, mentre le Coop prosperano e il sindaco Cofferati passa il tempo a distruggere quanto di buono ha fatto l’amministrazione precedente e a litigare con la sua attuale maggioranza. E per non farci mancar nulla, in occasione del funerale di Nicola Matteucci si è notata la totale assenza della giunta comunale, nonché del Rettore e del Senato Accademico. Una città regime nella quale chi non si allinea è umiliato fin dentro la tomba. 

Da bolognese, dico che quanto sta accadendo (e accadrà) al governo dell’Italia non è né più e né meno di quanto da due anni sta accadendo nella mia città. C’è solo da sperare che in altre zone d’Italia sia rimasto qualche refolo di energia per mandare a casa questi signori prima che l’apatia che sta attanagliando Bologna si estenda al resto del Paese. Già quest’inerzia socio-politica la stiamo osservando a Napoli, dove più le cose van peggio, più il red power si radica, ma vi assicuro che il fatto di aver già visto questo film a Bologna non mi consola affatto e non serve certo a vaccinarmi dal vederlo nel resto d’Italia.

         (La Voce di Romagna, 3/11/2006) 

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