Imprenditoria e potere politico

Fra le perle della finanziaria 2006/2007, ci sono la sovrattassa sui SUV e gli incentivi a chi cambia il frigorifero. Riguardo alla prima, notiamo che l’unica casa al mondo a non produrre questo tipo di veicoli è la FIAT, mentre la seconda è stata promossa, in sede di Commissione Attività Produttive, dall’On. Paola Merloni, figlia del noto industriale marchigiano, mister Indesit, per capirci. Certo, a differenza della rottamazione delle auto di 10 anni fa (sempre governo Prodi, recidivo!), ci sono meno soldi in cassa e i destinatari di rottamazioni e prebende si devono accontentare. Signori, mano ai fazzoletti.

Durante la riunione di Confindustria tenutasi a Vicenza nel corso dell’ultima campagna elettorale, il tripudio dell’assemblea alle parole di Silvio Berlusconi ha evidenziato il silenzio della prima fila occupata dai grandi industriali. In certi casi, tra cui questo, i consensi non si contano, ma si pesano, perché quella prima fila era composta da chi è potente, sia perché da sempre abituato a gestire il potere, sia perché proprietario dei più grandi quotidiani, attraverso cui orientare l’opinione pubblica.

Il connubio tra sinistra e grande impresa, in realtà non deve stupire più di tanto. L’Italia è stato l’ultimo paese a scoprire il fenomeno, perché da noi la sinistra non era socialdemocratica o liberal (quindi filo-occidentale), ma comunista e filo-sovietica, per cui gli industriali si sono appoggiati alla DC, che garantiva comunque un livello di statalismo come nessun’altro partito democristiano europeo e, tramite il consociativismo con il PCI, un ambiente adeguato per la consolidata struttura di governance basata sulla triangolazione governo-confindustria- sindacati. Tale formula è esistita ovunque e i grandi industriali hanno avuto interesse a perpetrarla, dato che per aziende di migliaia di dipendenti, una controparte sindacale forte e una contrattazione collettiva consentono maggiori efficienze di costo. Basti pensare che fra i più strenui avversari di Mrs Thatcher c’era, oltre alle unions, la confindustria d’oltremanica.

La peculiarità italiana, però, si perde nei meandri dell’età moderna, quando le penisola era suddivisa in staterelli. Per far fronte alle guerre contro stati nazionali già formati, i vari stati italiani ricorsero ai prestiti pubblici (i luoghi di monte), secondo una tecnica già perfezionata nelle città del Basso Medioevo. A chi prestava allo Stato, questi assicurava un reddito sicuro e un interesse elevato. Questo tipo di investimento generò nell’italico ceto mercantile un comportamento pigro, routinario e avverso al rischio, ed è significativo che, con l’unità d’Italia, sia stato il governo centrale ad accollarsi l’onere della costruzione delle infrastrutture, mentre l’imprenditoria nostrana trovò assai conveniente investire in titoli del debito pubblico, piuttosto che arrischiarsi nell’avventura industriale, o anche nell’acquisto di azioni di società di capitali!

Lo stato, quindi, è divenuto consustanziale al grande capitale, con la spesa pubblica che ha costituito la molla dello sviluppo sin da prima che Lord Keynes venisse persino concepito. Ma accanto a una grande imprenditoria infingarda e collusa col potere politico, si è sviluppato, al di fuori del circuito dei favori di Stato, un substrato di imprese medio-piccole e lavoratori autonomi costretti all’efficienza e all’innovazione, che trovano nell’evasione una legittima difesa e nel moralismo dei grandi quotidiani l’astio dei sacerdoti del potere.

 (La Voce di Romagna, 15/10/2006)       

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