Per un’egemonia culturale

Culturame. Questo è il termine con cui l’ex-ministro dell’interno democristiano Mario Scelba definì gli intellettuali italiani in marcia verso il comunismo. Una marcia abilmente guidata da Palmiro Togliatti, che, memore della lezione gramsciana sull’egemonia che la sinistra doveva conseguire sul mondo della cultura, iniziò a blandire sia gli intellettuali “redenti” dall’esperienza fascista, sia il nuovo corso intellettuale del dopoguerra allora in cerca di prebende e legittimazione.
Anche all’estero la sinistra ha assimilato il modello egemonico gramsciano, riuscendo a imporre la presenza di uomini con idee socialiste nei posti chiave dell’università e dei media. Ciò non deve sorprendere, in quanto la sinistra ha le sue origini nell’intellettualismo (di cui comprende l’importanza), in particolare in quello dei Philosophes francesi del Settecento, le cui idee faranno da filo conduttore alla rivoluzione francese e ai suoi massacri. Da allora in poi, il trinomio intellettuali-rivoluzione-massacri diverrà una costante con una classe intellettuale di autentici Rivoluzionari di professione con il fuoco nella mente (per dirla con James Billington) tutta intenta a cospirare in vista del sol dell’avvenire.
Questo nesso profondo tra sinistra e intellettualismo ha prodotto conseguenze similari un po’ ovunque, ma la reazione del mondo conservatore, è stata differente a seconda dei paesi e delle peculiarità nazionali che i vari movimenti conservatori in qualche modo hanno rispecchiato. Nel caso dell’Italia, la mancanza di una cultura liberista orientata al libero scambio ha privato il paese di una difesa efficace contro lo statalismo imperante sin dal periodo liberale. Il fatto che i liberali italiani di origine piemontese siano stati influenzati dalle idee della vicina Francia – paese statalista per cultura e mentalità – ha fatto sì che la classe dirigente liberale, una volta morto Cavour, abbia visto nello Stato il motore unico dello sviluppo economico e morale della nazione. Fatto ancor più importante, poi, è che dalla Francia, l’élite liberale ha mutuato l’avversione che l’ideologia atea rivoluzionaria ha avuto nei confronti della Chiesa e del cattolicesimo. Da qui, la frattura tra élites liberale e popolo che ha connaturato l’intera esperienza unitaria. Diversamente dai liberali, i socialisti prima, e i comunisti poi, hanno compreso l’esigenza di inculcare nel loro popolo un’ideologia in grado di condurlo verso una meta e coinvolgerlo in un progetto di società, che la storia ha sì giudicato sbagliato, ma che ancor oggi, a Muro di Berlino caduto, continua ad animarlo ed è per via di questo insieme di credenze che si spiega la maggior serietà e la minor disonestà delle classi dirigenti di sinistra.
In Italia, il popolo non comunista è rimasto privo di ideali e valori espliciti con cui identificarsi, salvo attingere a Santa Romana Chiesa, come dimostra la mobilitazione del 1948 che portò De Gasperi a conquistare il paese alla libertà. Conseguenza di questa mancanza di ideologia, è un pragmatismo che spesso sconfina nel cinismo di interessi di bassa bottega. Se De Gasperi conquistò il paese alla libertà, la DC post-degasperiana ha sempre vissuto di compromessi al ribasso, un partito che si è ingrassato con il voto di scambio, specie al sud, e la cui moralità ha spesso lasciato a desiderare. A differenza del PCI, la DC non ha forgiato il proprio elettorato dal punto di vista morale e anche il messaggio cristiano di cui avrebbe dovuto farsi portatrice si è rivelato niente più che un cristianesimo da bassa sagrestia. La mancanza di un’ideologia di riferimento ha perciò fatto della DC e dei suoi alleati un coacervo di interessi che si manifestava in una politica priva di orizzonti vissuta perennemente alla giornata grazie a compromessi perennemente al ribasso. Il complesso di inferiorità morale nei confronti del PCI giunge quindi di conseguenza.
Tutto questo fino a novembre del 1993, quando un imprenditore di nome Silvio Berlusconi, all’inaugurazione dell’Euromercato di Casalecchio di Reno dichiara che a Roma, tra Francesco Rutelli e il missino Gianfranco Fini voterebbe quest’ultimo. È il finimondo. I sacerdoti dell’antifascismo gridano al sacrilegio, mentre il popolo non progressista viene per la prima volta pervaso da un orgoglio fino ad ora mai sollecitato. Con quell’affermazione Berlusconi ci comunica che il re è nudo, ossia che quello dell’antifascismo è un tabù che il popolo di destra sente come estraneo, una foglia di fico della prima repubblica ad uso e consumo della sinistra. Brandisce quell’anticomunismo che per quieto vivere la DC non ha mai invocato. Quel che emerge è la voglia del popolo di centro-destra di sentirsi rappresentato e Silvio Berlusconi dà a quel popolo qualcosa in cui credere, ne avverte le pulsioni e in parte le cavalca, ma la mancanza di un ambiente intellettuale di matrice liberale che lo affianchi non gli consente di tradurre queste intuizioni in programmi e in prassi politica efficaci. Berlusconi ha creato un popolo dandogli speranze che prima non aveva. Ciò che manca è la capacità di elaborazione politica. In particolare, c’è da rammaricarsi del fatto che Berlusconi non ha sfruttato le sue televisioni per portare avanti quella che sarebbe dovuta essere una rivoluzione liberale di cui l’Italia ha assoluto bisogno. La presenza di Emilio Fede per dodici anni testimonia la preferenza per i signorsì rispetto a un pungolatore liberale, magari scomodo, ma tremendamente necessario. In questo si vedono i limiti, non solo di Silvio Berlusconi, ma di tutta la parte non-progressista del paese che lui rappresenta, limiti che consistono nel non capire che la cultura non è roba da intellettuali frustrati e che ogni politica che si porta avanti ha la necessità di essere legittimata presso l’elettorato.
Mrs Thatcher ha portato di peso l’Inghilterra nella direzione da lei voluta perché sentiva di essere nel giusto e questo le ha dato la forza necessaria. Ma per sentirsi nel giusto occorre prima di tutto conoscere approfonditamente i valori e le idee in cui si crede, occorre capire perché il libero scambio è giusto moralmente ed efficace all’atto pratico, perché questo ti consente di porre mano in maniera adeguata a riforme complesse, di capirne gli effetti e la portata. Senza una cultura adeguata, con Berlusconi si è avuta la suggestione dell’idea liberale, ma non la capacità di mettere in pratica i principi liberoscambisti, come testimonia la politica economica del ministro Tremonti, che, rifugiandosi nel solito “pragmatismo economico” tanto caro a destra, è arrivato perfino a coniare il termine mercatista in segno di disprezzo verso il libero mercato. Quel che è mancato al popolo non comunista in Italia è stata un’élite consapevole capace di trascinarlo e di mettere in pratica quelle idee liberali di cui il paese ha bisogno vitale e che le élite progressiste prigioniere del loro passato continuano a rifiutare.

 (Le Ragioni dell’Occidente, aprile 2006) 

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