La sinistra non ha un conflitto di interessi, LO È!

Tra comperare e cooperare, in fin dei conti, la differenza sta soltanto nella terza lettera e quando c’è di mezzo il vil denaro, anche i nobili propositi finiscono spesso per perdere il loro sangue blu. A tal riguardo, è indicativo quanto è accaduto a Bologna lo scorso anno con la vicenda relativa allo sgombero di 170 rumeni, che dal Ferrhotel di Via Casarini, struttura fatiscente e pericolante dove risiedevano abusivamente, sono stati trasferiti a Villa Salus, un’ex-struttura sanitaria situata al quartiere Savena, nella zona est di Bologna.  

La vicenda è presto detta, ottenuta convenzione da atti dirigenziali del comune di Bologna, Villa Salus è divenuta residenza di questa colonia di rumeni, tra le proteste dei “progressisti” residenti di questo quartiere. La gestione diretta della struttura è stata creata dal sindaco Sergio Cofferati tramite permuta con un soggetto privato, allora proprietario di Villa Salus, che ha ceduto al comune la villa in questione in cambio della cessione di terreni edificabili all’interno del comune di Bologna. Tutto ciò comporta una gestione da parte del comune di Bologna, con annessi passaggi di denaro a titolo oneroso.

Nella fase di start up, particolarmente difficile, la struttura è stata gestita direttamente dalla Croce Rossa, ma una volta avviata essa è passata, senza alcun bando di gara (procedura legale, ma alquanto insolita), sotto diretto controllo della cooperativa Altercoop, affiliata alla Lega delle cooperative. Amministratrice di Altercoop è la consigliera comunale dei Democratici di sinistra al comune di Bologna, Elisabetta Calari. Solo per la pulizia di Villa Salus, Altercoop ha avuto nel 2005 dal comune di Bologna 70000 Euro. Tutto ciò, sia detto a chiare lettere, è avvenuto nella più assoluta legalità. 

In merito alla compatibilità tra i due incarichi ricoperti dalla consigliera, occorre far riferimento al Testo Unico degli enti locali, da cui si scopre che il Decreto Legislativo 267 del 2000 (quando al governo c’era il centro-sinistra) stabilisce l’incompatibilità fra il ruolo di consigliere comunale e quello di dipendente avente funzione di coordinamento, o avente gestione diretta e dirigenziale, nonché fra il ruolo di consigliere comunale e di amministratore o proprietario di società aventi rapporti a titolo oneroso con qualsiasi ente locale. Ma al III Comma del decreto 267/2000 viene specificato che ciò vale per tutti i soggetti, con eccezione esclusiva delle cooperative. Chiamalo se vuoi conflitto di interessi.

Ciò che sconcerta è la pochezza del dibattito attorno a tale tema. Anche personaggi autorevoli come il Professor Giovanni Sartori, che in un articolo sì e nell’altro pure non fa che ammonirci sul conflitto di interessi del Presidente del Consiglio Berlusconi, sembra non cogliere l’essenza della questione. Il problema relativo al conflitto di interessi non nasce con Berlusconi, ma è consustanziale alla politica. Certo, quello di Berlusconi è un conflitto evidentissimo, il che costituisce in realtà un fatto positivo, dato che l’elettore può verificare continuamente se il Presidente del Consiglio approfitta del potere coercitivo che il suo ruolo gli conferisce per scopi contrari al pubblico interesse e ai legittimi interessi privati di altri soggetti. Quello inerente al Decreto Legislativo, invece, è nascosto tra i meandri del codice dove si può meglio nascondere. In realtà, la radice del conflitto di interessi risiede nell’esercizio del monopolio della forza da parte dello Stato, nella facoltà che i parlamentari hanno di far approvare leggi con una discrezionalità che nessuna costituzione potrà mai eliminare se non in minima parte. Il caso del Decreto Legislativo 267/2000 è lì a dimostrarlo. A Bologna, i piani traffico hanno sempre penalizzato i negozianti del centro cittadino e favorito le grandi catene distributive, coop incluse. Nel caso in cui i consumatori preferissero i grandi centri commerciali ai negozi, questi provvedimenti sarebbero inutili, in caso contrario costituirebbero una forma di violenza con la quale si costringe un certo numero di persone ad attenersi alla volontà del pianificatore. In ogni caso, l’intervento è sbagliato. È perciò velleitario cercare di eliminare il conflitto di interessi mediante apposite leggi che si rivelano inutili. Occorre invece far passare il messaggio che è immorale – pur non essendo illegale – che i politici possano alterare i liberi processi di scambio anche con provvedimenti ispirati a nobilissimi fini umanitari.

Proprio la pretesa da parte della sinistra di incarnare il bene supremo fa sì che i loro conflitti di interessi siano in qualche modo da giustificare. Ammesso e non concesso che ciò sia vero, i comunisti (ex, post o neo che siano) sono riusciti a far passare l’idea che i conflitti di interessi finalizzati al profitto sono quanto di più sporco ci sia, mentre su quelli ispirati da nobili ideali di uguaglianza non bisogna mettere becco. Prima di tutto, nulla come la nobiltà degli ideali ha funzionato così bene per coprire interessi di ben altra natura, poi qualcuno mi dovrebbe spiegare cosa ci sia di nobile nel desiderio di rendere tutti uguali! Come diceva Ludwig von Mises in Socialismo: “Il sogno di ogni governo socialista è trasformare lo Stato in un gigantesco ufficio postale” con mansioni e ruoli già prestabiliti e, di conseguenza, con cervelli amorfi e privi di fantasia, soprattutto nella cabina elettorale, come accade appunto in Emilia-Romagna e nelle altre regioni rosse.

Certo, va riconosciuta ai post-comunisti la bravura e la professionalità nel gestire il potere. Difficilmente escono dalla legalità e commettono errori o leggerezze e quando lo fanno l’attitudine all’omertà dei loro membri presi in castagna è degna della miglior tradizione sicula.  Scelgono il loro personale politico e amministrativo tra persone fidate, ma in gamba; in nome della causa evitano di mettere nel posto giusto il compagno più amico, mentre scelgono il compagno, magari meno simpatico, ma più competente. Inoltre, sanno coordinare i loro interessi su scala locale con una mirata politica legislativa a livello parlamentare, come dimostra il caso del Decreto Legislativo 267/2000. La loro serietà dovrebbe essere da esempio, ma è inimitabile, in quanto è il frutto della dedizione alla causa più infame della storia umana, una storia tanto infame quanto seducente; seducente a tal punto da annebbiare totalmente (di rosso) i cervelli di chi gli ha dedicato l’intera esistenza.

(Le Ragioni dell’Occidente, gennaio 2006)

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