Creazionisti biologici ed evoluzionisti economici: quando creazione ed evoluzione vanno d’accordo

Quando si parla di evoluzionismo salta subito alla mente il nome di Charles Darwin. Eppure, l’idea che gli esseri viventi abbiano trovato origine in forme elementari primordiali è già presente nel pensiero greco di Epicuro e di Lucrezio (quest’ultimo latino) e, in epoca moderna, nelle tesi degli enciclopedisti francesi settecenteschi nel loro Dictionnaire raisonné des sciences des arts et de métiers, organo ideologico dei materialisti dell’epoca. Quando si parla di creazionismo, invece, le idee si fanno già più di nebbia, almeno per l’uomo comune, mentre per quanto concerne l’ambiente scientifico, appare come un’antica dottrina teologica legata a “superstizioni” vetero-religiose. Antico contro moderno, superstizione contro scienza, nonché, Chiesa oscurantista contrapposta ai Philosophes come Diderot e D’Holbach: date queste premesse, il creazionismo partiva sconfitto ancor prima di iniziare la partita.
Eppure, a oltre due secoli di distanza, proprio nell’avamposto della modernità tecnologica, ossia gli Stati Uniti, il creazionismo sembra ridestarsi in un’aura di dignità fino a poco tempo fa impensabile, grazie all’affermarsi delle dottrine legate al disegno intelligente. Primo fra tutti, è stato il chimico e medico australiano Michael Denton, che nel 1985 ha pubblicato il libro dal titolo Evolution: a Theory in Crisis, nel quale sostiene che dal 1859 ad oggi, la teoria darwiniana che dovrebbe spiegare il passaggio da una specie a un’altra non è stata confermata da alcuna scoperta empirica. Letteralmente folgorato dall’opera di Denton, che si considerava peraltro agnostico, Philip Johnson, docente di diritto dell’università di Berkeley, ha dato alle stampe nel 1991 Darwin On Trial, in cui lancia ai darwinisti l’accusa di fondare le loro teorie, non su prove scientifiche, bensì su un materialismo aprioristico di carattere metafisico. Altri autori come il biochimico Michael Behe (1996) e il matematico William Dembsky (1997) guardano con favore l’ipotesi di un “disegno intelligente” nella formazione di organismi dai meccanismi “irriducibilmente complessi”, come il caso della cellula, la cui complessità è infinitamente maggiore di quanto ipotizzato ai tempi di Darwin. Infine, Jonathan Wells, nel suo The Icons of Evolution (2000), mette In luce i fallimenti di darwinisti come Stanley Miller, che nel 1953 non riuscì a ricreare la vita in laboratorio da una mistura chimica simile a un brodo primordiale, ed Ernest Haeckel, il quale, volendo dimostrare l’origine comune di tutti i viventi tramite la rassomiglianza delle diverse specie nelle prime fasi di vita (in realtà gli embrioni delle varie specie all’inizio della loro esistenza non si assomigliano affatto), arrivò ad alterare di proposito i suoi disegni sugli embrioni, la presenza dei quali perdura tuttora vergognosamente su molti libri di testo.
Il fatto che questo revival creazionista sia coinciso con un risveglio religioso al di là dell’oceano non deve sorprendere, come pure non deve sorprendere il risveglio di idee giuridiche e socio-economiche ispirate a una maggiore libertà individuale. Ma cos’hanno in comune questi tre aspetti? Il rapporto tra morale cristiana e disegno intelligente appare di immediata comprensione, postulando quest’ultimo il mondo come il frutto di un libero atto di creazione da parte di Dio. Ma come collegare questi due aspetti a quello economico e quello giuridico? Postulando l’esistenza di cause naturali come fattori di trasformazione in campo naturalistico (la c.d. “selezione naturale”) e socio-culturale (la cumulatività del progresso materiale), l’evoluzionismo ben si accorda con le dottrine positivistiche ottocentesche, secondo le quali il compito della conoscenza umana è quello di scoprire “leggi” di natura valide per ogni campo della realtà, dalle scienze fisiche a quelle umane (o sociali). L’applicazione dei criteri delle scienze fisiche alle scienze umane ha avuto però come conseguenza che l’analisi giuridica ed economica si sia ispirata a criteri deterministici e ingegneristici, in base ai quali l’uomo, se solo l’avesse voluto, si sarebbe potuto arrogare il diritto di agire senza porsi vincoli di carattere morale e religioso, magari adottando criteri utilitaristici miranti a vantaggi di breve periodo senza preoccuparsi delle conseguenze che, a lungo andare, possono stravolgere la società o l’ambiente fisico ogniqualvolta si agisca al di fuori di quell’ordine naturale postulato dai creazionisti.
Lo strumento che è risultato più efficace ai propositi di evoluzionisti e positivisti in genere si è rivelato lo stato moderno. La pianificazione economica e il Welfare State in economia e il positivismo giuridico, in forza del quale, una volta rispettati i criteri formali, qualsiasi legge è valida a prescindere da ogni criterio di giustizia, hanno imperversato per tutto il Novecento quali bracci armati dello statalismo più inveterato, statalismo che molti anti-creazionisti ha attratto per la propria pretesa di sostituire l’uomo a Dio. I massacri a cui tutto ciò ha condotto sono sotto gli occhi di tutti.
Uno dei massimi esponenti delle dottrine economiche liberiste, il premio Nobel per l’economia del 1974 Friedrich von Hayek, ha sostenuto che il meccanismo dell’evoluzione culturale non è darwiniano. Prima di tutto perché l’idea di evoluzione è più vecchia nelle scienze umane che in quelle sociali, come dimostrano il lavoro di Sir William Jones del 1787 riguardante il processo di formazione del linguaggio. Poi, riguardo alle teorie evoluzionistiche sulla formazione di istituzioni quali il diritto, la morale, i mercati e la moneta, Hayek sostiene che “L’errore principale della “sociobiologia” contemporanea è di supporre che l’uomo abbia coscientemente inventato o progettato istituzioni quali la morale, il diritto, il linguaggio o la moneta e che di conseguenza possa migliorale a piacimento; un’idea che ricorda la superstizione combattuta in biologia dalla teoria evoluzionista: e cioè che ogniqualvolta troviamo un ordine ci deve essere stato un ordinatore”. Auguste Comte, esponente principale del positivismo, ha sostenuto, al pari di Karl Marx, la bestialità secondo la quale le ricerche umane possono portarci a scoprire leggi dell’evoluzione tali da rendere possibile la predizione di futuri sviluppi inevitabili! In realtà, la prevedibilità dei fenomeni complessi, quali sono quelli sociali, non può perciò che limitarsi ai principi o agli schemi di base. Sempre Hayek ci dice che: “il darwinismo sociale è sbagliato sotto molti aspetti, ma l’eccessiva avversione di cui oggi è oggetto è in parte dovuta al suo essere in conflitto con la presunzione fatale che l’uomo sia in grado di modellare il mondo che lo circonda secondo i suoi desideri”.
Cristianesimo, disegno intelligente, diritto naturale e liberismo hanno in comune la credenza in un ordine naturale delle cose, un ordine naturale che l’uomo non ha creato, ma che spetta a lui scoprire e all’interno del quale creare le condizioni per un evoluzione ispirata a criteri ben definiti e rispettando vincoli ad esso imposti da leggi naturali. Uno di questi si è dimostrato il diritto di proprietà, che costituisce quella cornice indispensabile entro cui una società si può evolvere secondo criteri non darwiniani e i suoi membri possono sviluppare le loro capacità creative, perché se l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di un Dio creatore, allora è esso stesso capace di creare. E quale miglior creatore può essere quell’imprenditore sul quale i pianificatori di tutto il mondo hanno riversato il loro odio? Sia il messaggio cristiano, sia il liberalismo di matrice giusnaturalista, che affonda le sue origini nei dettami di San Tommaso d’Aquino, si basano sull’assunto che l’uomo, in quanto essere fallibile e non onnisciente, deve essere sufficientemente umile da comprendere che, essendo la creazione prima un’opera di Dio, la creazione umana non può svilupparsi al di fuori delle sue leggi.

(Le Ragioni dell’Occidente, ottobre 2005)

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