Le vispe Terese del femminismo – La mancata difesa delle donne islamiche

Capitando qua e là per le librerie capita di vedere sempre più spesso libri che parlano della condizione della donna nell’Islam. Sono autentiche grida di dolore e, soprattutto, nel silenzio, dato che non sembrano riscuotere particolare solidarietà dal movimento femminista nostrano ed europeo. Certo, che per noi è spesso assai facile scivolare in giudizi affrettati. Ciò che per la donna occidentale emancipata costituirebbe un’indubitabile condizione di sofferenza, per una donna musulmana, educata secondo i canoni tribali della cultura islamica, può costituire una corazza contro eventuali traumi dovuti al contatto con una cultura ad essa estranea.
Quello che sconcerta, invece, è l’atteggiamento delle femministe nostrane. Per decenni, le vispe Terese del femminismo hanno tuonato contro l’oscurantismo della società occidentale, sessuofoba in quanto cristiana e sfruttatrice in quanto capitalistica. Ayaan Hirsi Ali, nel suo Non sottomessa, edito da Einaudi, descrive spesso l’esperienza di donne musulmane emigrate in Europa che danno vita ad associazioni con il fine di offrire solidarietà e aiuto concreto a quante di loro sono costrette ad andarsene di casa perché ripudiate dal marito o perché stanche di maltrattamenti e stupri ad opera dello stesso. La cosa sorprendente è che nel descrivere l’esperienza di queste associazioni manchi del tutto l’accenno a qualsiasi rapporto con associazioni femministe europee. Perché tutto questo disinteresse alla causa delle donne musulmane? Eppure, quando c’era da solidarizzare con le Donne in nero che sfilavano a sostegno dell’Intifada e contro Israele la solidarietà non mancava mai.
La verità è che il femminismo odierno, italiano ed europeo, è uno dei tanti prodotti avariati di quel pattume ideologico che fu il sessantotto (con la s rigorosamente minuscola!), infatti si è mobilitato (legittimamente) sul referendum sulla procreazione assistita e grida all’oscurantismo non appena qualcuno osa contestare il feticcio della legge 194 che regola l’aborto, però non sembra trovare la sua identità nel progresso dell’emancipazione femminile, bensì nella lotta contro la morale cristiana e occidentale e questo spiega, per esempio, la sua scelta di sfilare contro l’”occidentale” Israele assieme alle donne in nero. Vede la pagliuzza nell’occhio del cristianesimo e non la trave in quello dell’Islam. Intendiamoci, giudicare con occhi occidentali la condizione della donna musulmana conduce spesso a giudizi errati e superficiali, come si evince dal fatto che in Afghanistan molte donne continuano a portare il burqa anche dopo la caduta dei Talebani. Si sa che la sicurezza della “prigionia” che si conosce viene sovente preferita alle difficoltà e ai cambiamenti provocati da una condizione di maggior libertà. E poi, diciamocela tutta, l’emancipazione della donna occidentale ha avuto anche il suo lato negativo: lungi dal liberarla dal lavoro domestico, l’ha gravata anche del lavoro fuori di casa, dato che ormai il costo della vita si è tarato per una società con entrambi i coniugi che lavorano. Se negli anni Settanta le femministe facevano risalire le sofferenze di ogni donna su questa terra a un’unica causa (il capitalismo sfruttatore), oggi fanno mille distinguo e si scoprono “rispettose della cultura altrui”. Un tempo interventiste e vogliose di portare il loro verbo fra le donne di tutto il mondo, onde emanciparle dai veleni cristiani e capitalistici, oggi le vediamo desiderose di conservare le culture altrui contro le nefaste influenze del cristianesimo e del capitalismo occidentali. Niente niente che ce l’abbiano con questi ultimi? Eppure, anche a leggere opere come L’asservimento delle donne di John Stuart Mill, scritto nella seconda metà dell’Ottocento, le violenze sulle donne non arrivavano a quanto descritto dalle donne musulmane nelle loro case. Certo, un tempo, anche in Occidente, specie nei bassi strati della società, con le donne sempre incinte, i padri erano tutt’altro che insoliti abusare delle primogenite, ma quanto raccontato da certe donne musulmane va ben oltre.
In ogni modo, la tradizione comunista di larga parte del femminismo odierno italiano è testimoniata dal fatto che la sola Emma Bonino è andata nei paesi islamici cercando di comunicare con le donne musulmane e ascoltando i loro problemi. Non c’è da stupirsi di questo, poiché, a ben guardare, in seguito al crollo del Muro di Berlino, venuta meno la prospettiva di edificare la società dei giusti, ai nostalgici del comunismo (di cui il grosso del movimento femminista fa parte) non è rimasto altro che un forte desiderio di veder distrutto l’Occidente cristiano e capitalistico che li ha svegliati dal sogno del sol dell’avvenire. Chiunque, sia esso ateo (come si conviene a un comunista) o fondamentalista religioso, è perciò il benvenuto se si propone di distruggere l’odiato Occidente. Inoltre, comunismo e Islam hanno molte cose in comune, prima fra tutte lo spirito fondamentalista. Jules Monnerot, nella sua Sociologia del comunismo, definì il comunismo come l’Islam del XX secolo. Del marxismo, Otto Ruhle ha detto che Il suo sistema era Allah e Marx era il suo profeta, mentre Simone Weil disse che Il marxismo è in tutto e per tutto una religione nel senso più impuro della parola. In particolare ha in comune con tutte le forme inferiori di vita religiosa il fatto di essere stato continuamente usato, secondo l’espressione così calzante di Marx, come l’oppio del popolo. Così come l’Islam è sorto come prodotto di una società tribale, anche il comunismo si configura come l’aspirazione da parte di menti deboli di ritornare a logiche tribali con un unico soggetto che decide per tutti. Se nelle tribù questo era il consiglio degli anziani presieduto dal capo tribù, nel socialismo era il soviet supremo con a capo il Breznev di turno. Entrambi, guarda caso, erano dei gran gerontocomi avversi ad ogni cambiamento. Infatti, il comunismo non si è saputo rinnovare e l’Islam sta affrontando non minori difficoltà. Come sostenuto da Friedrich von Hayek: “dopo un periodo di evoluzione delle concezioni che hanno reso possibile la visione di una società aperta, si sta ritornando rapidamente alle concezioni della società tribale dalle quali ci stavamo faticosamente liberando. Il socialismo è semplicemente la riaffermazione di quell’etica tribale il cui graduale indebolimento aveva reso possibile la Grande società”.
Più che fare un confronto tra le condizioni della donna occidentale e quella islamica, che lascia un po’ il tempo che trova, sarebbe invece ora di guardare dentro la società Occidentale, perché è lì che si annidano i suoi peggiori nemici. Fra questi c’è appunto quanto rimane del movimento femminista e di ciò che ne è seguito, ossia donne che in nome dell’odio verso l’Occidente cristiano e capitalistico sono pronte a buttare al macero persino le conquiste per le quali in passato si sono così strenuamente battute. Tutto ciò senza minimamente capire che solo laddove il tanto odiato capitalismo è in auge le donne hanno potuto emergere, dato che la logica del profitto premia il più capace sia esso uomo o donna, come dimostrano l’esempio americano, dove le donne se la giocano ormai alla pari con i colleghi uomini, e quello italiano, nel cui sistema socialista che le femministe difendono le donne sono a tutt’oggi assai penalizzate.

 (Le Ragioni dell’Occidente, settembre 2005) 

      

Annunci
  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: