Quell’Europa che nessuno ci invidia

Con l’Euro abbiamo la moneta unica europea. Ma esiste un uomo unico europeo? Esiste un modello unico europeo? La storia ci dice che una concezione univoca dell’Europa non esiste e se dovessimo fare una distinzione, potremmo dire che una parte di essa, formata da Gran Bretagna, Irlanda e Olanda, conserva tradizioni liberali, è insofferente verso la burocrazia e mal sopporta l’invadenza dello Stato, nonché il proliferare di leggi e regolamenti che l’Unione Europea emana a getto continuo. L’altra parte, formata da Scandinavia ed Europa continentale, ha nella Francia il suo maggior rappresentante, non ama la concorrenza e l’innovazione, è buonista, terzomondista (purché il Terzo Mondo resti tale), intollerante, desiderosa di (pubblica) protezione e alquanto invidiosa. Purtroppo, l’anima dell’Unione Europea propende decisamente verso il modello franco-continentale.

Ma in cosa consiste la differenza tra il modello franco-continentale e quello anglosassone? La  Francia, a partire dal regno di Luigi XIV, conobbe una pletora di burocrati alquanto consistente. Senza una borghesia dell’industria e del commercio come quella britannica, i piccoli proprietari francesi investivano i loro capitali per l’acquisto di un ufficio pubblico per il propri figli. La Corte era l’unico centro di attrazione della vita sociale, nonché la fonte principale di vita di gran parte delle industrie francesi, la cui origine avveniva in seguito a privative concesse dal sovrano, ossia alla possibilità di produrre in esclusiva su tutto il territorio senza che nessun altro potesse far loro concorrenza, mentre alti dazi impedivano qualsiasi concorrenza estera. Naturalmente, lo sviluppo di questo sistema finì per modellarsi sulle esigenze della corte e non su quelle del mercato. A differenza della Francia, la Gran Bretagna si adoperò per un sistema economico finalizzato alle esigenze delle masse, più aperto al mercato e alla concorrenza. Nei sistemi concorrenziali, infatti,  solo producendo senza protezionismi si è costretti ad essere efficienti cercando di soddisfare, a costi e prezzi più bassi possibili, il maggior numero di clienti, determinando in tal modo lo sviluppo di un’economia dove al maggior profitto imprenditoriale fa riscontro l’uscita dalla povertà di masse popolari a lungo indigenti. Al contrario, il sistema franco-continentale si basa sul privilegio corporativo, in forza del quale al produttore tutto è concesso, così che il guadagno e il  privilegio di Tizio comporta la perdita di Caio e Sempronio.

Privi di una tradizione concorrenziale, i cittadini dell’Europa continentale soffrono particolarmente il peso del confronto, il che favorisce il formarsi di un’invidia latente, che sorge non appena due persone sono in grado di confrontarsi a vicenda. L’invidioso non desidera possedere i beni altrui, egli vorrebbe semplicemente che l’altro ne fosse privo. Non é il lusso in sé che provoca stizza, bensì l’impossibilità di impedire che i nostri pari godano di un lusso relativo, infatti un re o un presidente non sono mai bersaglio di invidia, perché la maggior parte della gente sa che non diventerà mai re o presidente. Essendo un fenomeno legato alla prossimità sociale, l’invidia è meno eccitata da una disuguaglianza schiacciante che da una disuguaglianza minima, allorché l’invidioso è portato a dire: potrei farcela anch’io. L’invidia, quindi, deriva dall’incapacità dell’uomo di mettersi in discussione, incapacità che si fa più acuta laddove mancano gli stimoli della concorrenza derivanti dal libero scambio.

I fondamenti delle politiche progressiste inclini all’invidia, come quelle imperanti nell’Unione  Europea, si basano sulla concezione secondo cui il benessere soggettivo di ogni gruppo di reddito sarebbe danneggiato da gruppi di reddito superiori e il mezzo per ovviare a tale “danno” consisterebbe nell’imposta  progressiva sul reddito. Quanto più sensibile (e invidiosa) é la società a tal riguardo, tanto più ripida deve essere la progressività delle imposte e il fenomeno è più acuto nelle società ricche che si possono permettere sistemi di welfare costosi. Interrogati sulle ragioni della loro posizione, i sostenitori della progressività radicale, pur ammettendo l’irrilevanza fiscale della progressività, sono spinti ad adottare un tale sistema dall’ideale di uguaglianza al solo scopo di contrastare la diseguale distribuzione del reddito. Non a caso, uno dei maggiori desideri degli euroburocrati è l’armonizzazione fiscale, ossia l’eguaglianza delle aliquote fiscali a livello continentale, così che gli stati finanziano il loro welfare con aliquote da rapina non subiscano la concorrenza di paesi meno statalisti con aliquote fiscali più basse.

Una delle più note forme di prevenzione dell’invidia è il conformismo. Molto presente nelle società scandinave, costituisce una forma di prevenzione dell’invidia. Ad esso si deve la tranquilla accettazione di misure politico-sociali fortemente restrittive “nell’interesse del bene comune”, che trovano concreta applicazione nell’enorme quantità di enti assistenziali i cui gravi oneri fiscali vengono sopportati tutto sommato volentieri. Pertanto, quanto più è diffuso il timore dell’invidia altrui, tanto più facilmente i politici riescono a indurre tale società a rifugiarsi nello Stato assistenziale.

Invidiosi di ogni risma hanno sempre visto nella proprietà privata la fonte di ogni egoismo e di mancanza di spirito civico. Al contrario, le democrazie più funzionanti sono proprio quelle in cui la cultura della proprietà privata è più sviluppata, perché in mancanza del rispetto spontaneo dell’altrui proprietà (del corpo, come dei beni), nessun governo democraticamente eletto potrà mai fare alcunché di buono. Solo in questo humus culturale la legge non é manifestazione dell’arbitrio dei potenti, mentre da nessun’altra parte come nell’Unione Europea la legge è manifestazione dell’arbitrio di burocrati ottusi e arroganti.

Infine, mai fare del bene all’invidioso! Facendogli doni e favori si ottiene il risultato di mostrargli la nostra superiorità e la superfluità di ciò che gli diamo. Infatti, ogni volta che gli americani vengono a commemorare la liberazione dell’Europa dal nazifascismo, dietro a una solidarietà ufficiale si nasconde, nell’animo dell’Europeo medio, quella forma di rancore verso il liberatore tipica dell’invidioso, come dimostra l’alto numero di manifestazioni di odio antiamericano nell’Europa del dopoguerra. Inoltre, l’invidioso è dispostissimo a farsi del male (persino a suicidarsi) se da questo colui che egli invidia può avere danno o dispiacere. Non a caso, l’Europa antisemita, pur di causare danno agli ebrei è dispostissima a farsi distruggere dai musulmani!

Certo, l’invidia è nel cuore dell’uomo e poco o tanto bisognerà sempre conviverci, ma la si può ridurre, a livello sociale, favorendo la nascita di istituzioni più concorrenziali e meno corporative e, magari, riconoscendo le radici cristiane del nostro continente. Il nuovo Testamento si rivolge quasi sempre agli invidiosi, esortandoli ad adattarsi alle disuguaglianze che li rendono inferiori al loro prossimo. Il merito storico dell’etica cristiana fu di aver stimolato e difeso in Occidente, attraverso l’imbrigliamento dell’invidia, la forza creativa dell’uomo e di averla resa possibile con tanta ampiezza. Ma sul fatto che i poveri hanno migliori probabilità di entrare nel regno dei cieli, gli apostoli dell’invidia hanno tratto occasione per voler edificare, già in questo mondo, una società egualitaria e livellatrice. Essi sostengono che, poiché davanti a Dio si é tutti uguali già su questa terra, nella società dobbiamo perseguire un’uguaglianza universale. Il nuovo Testamento non offre elementi diretti per affermare che tutti sono uguali di fronte a Dio. Non parla di uguaglianza, bensì di libertà. In realtà, sulla terra siamo tutti disuguali, e altrettanto in purgatorio e in paradiso. Forse siamo uguali all’inferno che é il regno dell’uguaglianza.

 (Le Ragioni dell’Occidente, giugno 2005)    

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