Sul Corriere della Sera di ieri, Angelo Panebianco ha contestato, e con validi argomenti, la tesi secondo cui la responsabilità dell’alta tassazione sia attribuibile all’elevata evasione fiscale e che solo a seguito di una riduzione di quest’ultima, sia possibile una riduzione delle aliquote.
Panebianco ha evidenziato che tanto più le aliquote fiscali sono elevate, tanto più è conveniente assumersi i rischi da evasione, prova ne sia che all’aumentare dell’imposizione fiscale aumenta anche l’area dell’economia sommersa, in un movimento a spirale per effetto del quale, più crescono le tasse e più cresce l’evasione. Inoltre, Panebianco ricorda giustamente come un regime di alte tasse favorisca “la presenza di un amplissimo stuolo di cercatori e percettori di rendite che prosperano grazie a un sistema di spesa pubblica che combina alti costi di mantenimento e, soprattutto in certe zone del paese, l’erogazione di servizi scadenti” e spesso, aggiungo io, in un contesto di scarsa o nulla concorrenza. Ed è proprio in questo sottobosco di capitalismo relazionale che vive di rapporti tra imprese protette e politica spendacciona che si annidano i più strenui difensori della tassazione alta. Non a caso, tra i capitoli della spending review in cui ci sarebbe più da tagliare, e senza costi sociali per i cittadini, c’è proprio quello degli acquisti della pubblica amministrazione, ossia quel sistema di collusione che la vede protagonista assieme alle imprese fornitrici. Lì si annidano fra 80 e 100 miliardi € di sprechi, ma di questo nessuno ama parlare, governo Monti incluso. Segno che in questo settore gli interessi politico-clientelari sono tanti e ben radicati.
Riguardo alla lotta all’evasione e ai principi con cui viene condotta, tutto si può dire tranne che si ispiri a criteri di equità. Osservando le percentuali di evasione, notiamo che la regione più virtuosa è la Lombardia, con il 12,5%, più virtuosa della vicina Baviera che è sì al 10%, ma con aliquote fiscali più basse di 30 punti e servizi pubblici migliori. E a ruota seguono Emilia-Romagna e Veneto con il 19%. In coda ci sono le quattro regioni ad alta densità mafiosa: Puglia 52%, Campania 55,3%, Sicilia 63,4% e Calabria 85,3%. Eppure, il nostro fisco prende di mira le regioni più virtuose del nord, mentre trascura le regioni del sud e questo, perché il 12,5% e di evasione fiscale di Lombardia e il 19% di Emilia-Romagna e Veneto equivalgono rispettivamente a circa 21,5 miliardi € di imposte evase in Lombardia, 14 miliardi € in Emilia-Romagna e 14,76 miliardi € in Veneto, mentre il 52% di evasione della Puglia, il 55,3% della Campania, il 63,4% della Sicilia e l’85,3% della Calabria equivalgono rispettivamente a “soli” 14,7 miliardi € evasi in Puglia, 20,35 miliardi € in Campania, 18,32 miliardi € in Sicilia e 8,7 miliardi € in Calabria. E questo fa sì che la lotta all’evasione si concentri non dove si evade di più, ma dove c’è più ciccia da addentare, quando, invece, più controlli al sud potrebbero rappresentare un’arma in più contro la criminalità organizzata. Al Capone arrestato per evasione fiscale docet.
In pratica, regioni come Lombardia e Veneto subiscono più controlli, non perché evadono di più, ma perché producono di più. Come il peggiore dei rapinatori, lo Stato italiano si apposta sotto casa del più ricco perché lì c’è più da fottere. Prende quel che trova e dove lo trova, penalizzando così chi produce di più e meglio, e con esso l’intera economia del paese. Il tutto, mentre la regione Sicilia sta sprofondando tra i debiti, nonostante i privilegi sotto forma di denari che le piovono dal cielo, ossia dal contribuente del nord, che legittimamente s’incazza come il contribuente tedesco al solo pensiero di condividere (in realtà di sobbarcarsi) il debito greco. Inoltre, non è un caso che laddove si evade ci sia maggior povertà, e non per via dell’assenza dello Stato nell’economia, ma perché quella in nero, essendo un’economia illegale, ha costi enormi dovuti all’incertezza e all’impossibilità di operare alla luce del sole, e non attira perciò investimenti dal nord e dall’estero; insomma, vive di piccoli traffici tra persone che si conoscono e di cui ci si fida.
E allora, perché tutto questo nero al sud? Semplice, perché un’economia così fragile non regge a una tassazione pesante come quella inflitta dallo Stato italiano. Una tassazione che ormai non riesce a reggere più nemmeno il nord e che sta distruggendo il tessuto economico e sociale dell’intero paese.
(La Voce di Romagna, 24/7/2012)
#1 di Fabio Bastianini il luglio 24, 2012 - 10:11 am
E’ una cosa triste, ma e’ santa verita’. Purtroppo non c’e’ niente da fare. Il paese sta precipitando in un abisso e nessuno lo puo’ fermare.
#2 di Vincenzo il luglio 24, 2012 - 8:32 pm
Potrebbe cortesemente citare la fonte a sostegno di questa tesi. Da dove si evince che in Lombardia l’evasione è al 12% ed in Calabria e al 85%?
La sua statistica tiene conto anche dell’elusione?
#3 di carlozucchi il luglio 25, 2012 - 7:17 am
Le fonti sono agenzia delle entrate e Istat. Si tenga conto che nelle 4 regioni del meridione incide anche il ruolo delle criminalità organizzata, che per definizione opera in nero e che crea evasione per 40 miliardi € su circa 120 miliardi € annui nell’intero paese. Certo, è vero che le varie mafie operano anche nelle regioni del nord, ma non hanno la sietssa incidenza, in termini percentuali, che hanno nelle regioni del sud.
#4 di Claudio Baiocchi il settembre 22, 2012 - 7:38 pm
Come commento, copio/incollo il testo della e-mail da me inviata a Casini
Egregio Dott. Casini,
se oggi paghiamo un’IMU che è il doppio dell’ICI, questo è dovuto
non all’eliminazione dell’ICI, unica cosa giusta fatta da Berlusconi,
bensì alle folli spese e sprechi di tutte le amministrazioni locali e
statali.
Senza la corruzione, gli sprechi giganteschi di cui ogni giorno si ha
notizia,
lo Stato e gli enti locali avrebbero di certo meno bisogno di soldi e
quindi
la pressione fiscale sarebbe più bassa con conseguente probabile
minore evasione.
Secondo me non è l’evasione che fa aggravare la pressone fiscale
ma è l’appetito insaziabile della politica.
L’errore compiuto da Berlusconi è stato quello di non aver sostituito
l’ICI con un aumento delle aliquote delle addizionali comunali.
Le addizionali sono commisurate al reddito e quindi non gravano
sui disoccupati, cassintegrati e cittadini comunque a basso reddito
mentre IMU, IVA BOLLI, ACCISE, DEVONO ESSERE PAGATE
ANCHE DA CHI FA FATICA AD ARRIVARE A FINE MESE.
Possibile che non si capisca un concetto tanto semplice ed evidente?
Che si debbano fare sacrifici per uscire da questo pantano in cui
la classe politica ci ha trascinati è indiscutibile ma i sacrifici debbono
essere distribuiti in modo da gravare di più su chi, percependo
alti redditi, ha le possibilità finanziarie per PAGARE perché
è chiaro che per pagare qualunque cosa, anche le imposte,
occorrono i soldi; senza soldi non si può pagare alcunché e si può essere
costretti a dover fare debiti.
Del resto, i soldi per pagare le imposte, anche se non calcolate
DIRETTAMENTE sul reddito, SEMPRE IMPOSTE SUL REDDITO SONO!
Senza redditi non si può pagare niente!
Come cavolo si fa a predicare ad ogni occasione che si vuole il bene
dei cittadini, delle famiglie, bla, bla,bla e poi caricare il peso
dei tributi in modo da gravare di più sui più deboli?
Questo è da persone prive di coscienza e senso di solidarietà!
L’argomentazione secondo cui le imposte patrimoniali sono giuste perché
vigono in tutti i paesi non ha alcun valore: se fossero giuste lo sarebbero
anche se non esistessero in alcun paese; se sono ingiuste, come in effetti lo
sono, sono ingiuste anche se vigono in tutti i paesi.