I giornali fanno cultura e la politica latita: il mondo dei moderati e delle classi produttive non è rappresentato

Venerdì 15 giugno ho avuto il piacere di partecipare all’evento televisivo su impresa e finanza in Romagna, organizzato dalla Voce di Romagna, dal titolo “M’affaccio alla finestra e vedo il mare”, tenutosi alla Chiesa di Sant’Agostino di Cesena e andato in onda su Teleromagna.

Ebbene, l’iniziativa, organizzata da un quotidiano locale (La Voce di Romagna) e trasmessa da una rete locale (Teleromagna), giustamente verteva su problemi e prospettive (economici in questo caso) del territorio romagnolo, evidenziando le difficoltà del momento e proponendo soluzioni. Insomma, si è fatta cultura, perché di questo si tratta. Bene o male, questo lo stabilirà il pubblico, ma lo si è fatto. Del resto, da sempre La Voce di Romagna ha cercato non solo di dare conto delle istanze e delle esigenze del territorio, come è del resto nella sua mission principale, ma si è sempre spesa in favore dell’impresa intesa come istituzione e degli imprenditori come persone abituate a lavorare, rischiare e innovare. In pratica, a cercare soluzioni pratiche ai problemi e a valorizzare al meglio un territorio, la Romagna, con una vocazione imprenditoriale come poche ce ne sono al mondo. Così che la difesa dei valori dell’impresa finisce per coincidere con la difesa dei valori della Romagna, che è poi la mission principale del nostro giornale.

In contemporanea a quanto accaduto in Romagna, in quel di Bologna, capitale politica e culturale della sinistra italiana, si svolgeva la quattro giorni dal titolo Scrivere il futuro. Una rassegna culturale organizzata dal quotidiano La Repubblica, con dibattiti a getto continuo, dalle 9 alle 24, tenuti dal 14 al 17 giugno in 9 punti prestigiosi della città, da Piazza Maggiore al contiguo Palazzo Re Enzo, dal cortile d’onore di Palazzo d’Accursio (sede del sindaco e del consiglio comunale), alla splendida Piazza Santo Stefano, dal teatro L’Arena del Sole in Via Indipendenza, alla biblioteca dell’Archiginnasio. E se questa era la logistica, altrettanto alto era il profilo degli ospiti presenti ai dibattiti. Oltre al gotha di Repubblica, erano presenti Umberto Veronesi, il politologo britannico Anthony Giddens, inventore della terza via, l’economista esperto di crisi finanziarie Nouriel Roubini, il premio Nobel per l’economia del 2011 Thomas Sargent e l’intellettuale israeliano David Grossman. Ma, soprattutto, a dare lustro alla manifestazione è stata la presenza del Presidente del Consiglio Mario Monti, che ha dibattuto assieme al fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari e al suo attuale direttore Ezio Mauro. Una presenza, quella di Mario Monti, che ha calamitato l’attenzione dell’Italia intera e paralizzato l’intero centro cittadino, dimostrando una volta di più l’inettitudine degli amministratori bolognesi e come sia forte l’influenza di Repubblica, una volta di più in grado di allestire un palcoscenico a cui si sono sentite in dovere di presenziare le massime cariche istituzionali del paese.

E la reazione dei politici di centrodestra? Tra il silenzio e la più becera delle ironie. Monti non sarà simpatico a tutti, ma quando un Presidente del Consiglio si sente in dovere di partecipare a un dibattito, significa che il palcoscenico è di quelli che contano. Giustamente, Paolo Guzzanti, dalle colonne del Giornale, ha deplorato i toni sfottenti e ridicolizzanti sulla sinistra al caviale di Repubblica, in quanto il giornale fondato da Eugenio Scalfari e oggi diretto da Ezio Mauro costituisce un “esperimento riuscito di egemonia culturale”. E altrettanto bene ha fatto a evidenziare il senso di frustrazione che egli prova nel constatare come la destra italiana, non soltanto non è mai stata in grado di contrastare tale egemonia, ma che non ha nemmeno sentito l’esigenza di provare a farlo. Oggi si ha un bel da tuonare contro una sinistra culturalmente statica e autoreferente – cosa vera, intendiamoci – ma se a destra c’è il nulla, la stessa sinistra non è incentivata a cambiare. Una sfida culturale ha bisogno di più partecipanti che diano vita a un concorrenza benefica per tutti i competitori, perché in politica come negli affari il monopolio produce la rendita di posizione, che nel campo culturale si traduce in luoghi comuni vecchi e stereotipati. Vedere un centrodestra che ancor oggi si dibatte su nome e simbolo del partito e riduce tutto a una questione di marketing elettorale, come se il problema fosse solo quello di infinocchiare gli italiani (che tanto governarli è inutile, perché sono stupidi) sotto lezioni, fa sinceramente rabbia. Chi, dopo aver creduto in Berlusconi che a differenza della Dc almeno le cantava chiaro ai comunisti (ex, post, o rimasti tali), e volesse volare un attimino alto nella discussione dei problemi che attanagliano l’Italia, non può non provare rabbia e delusione nel vedere un Berlusconi far figuracce a spron battuto fino a perdersi dietro ai fasti del Bunga Bunga e dell’Olgettina. Un degrado figlio di un vuoto culturale che non si sente nemmeno di dover colmare.

E mentre un quotidiano nazionale come Repubblica ha dato vita a una quattro giorni culturale sul futuro del paese, nel loro piccolo, un quotidiano e una televisione locali come La Voce di Romagna e Teleromagna hanno allestito un evento dedicato (come è giusto) all’economia locale come quello di venerdì scorso, a dimostrazione che, se se ne comprende l’importanza, si può volare alto anche in ambito locale. E a maggior ragione se ne deve sentire l’esigenza anche a livello nazionale.

 

(La Voce di Romagna, 20/6/2012)

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  1. #1 di Lionello Ruggieri il giugno 20, 2012 - 8:31 am

    Il problema della scarsità di eventi culturali della destra è nel fatto che non esistono intellettuali di destra. Gli intellettuali, in Italia e nel mondo, sono praticamente tutti di sinistra più o meno moderata o accesa. In un convegno la sinistra potrebbe convocare Umberto Veronesi, Umberto Ecol, Margherita Huck e Rita Levi Montalcino ecc, ma la destra al massimo può gabellare per intellettuali Marcello Veneziani e Forattini.. Ora quel solo fatto statistico dovrebbe indurre i “destri”, se fossero intellettuali, a chiedersi perché tutta la parte più evoluta e colta del mondo intero ha concetti di “sinistra” (a cominciare dallo stesso Adam Smith che riteneva funzione essenziale dello Stato occuparsi del benessere di TUTTI i cittadini e da Vilfredo Pareto che voleva liberismo accompagnato da una linea di partenza sempre uguale per TUTTI i cittadini).

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