Terremoto in Vaticano, terremoto nel calcio italiano, terremoto in Emilia e tonfo in borsa, con lo spread che ha raggiunto i 480 punti e i rendimenti sui Btp che hanno toccato il 6,12%, con il 7% che si avvicina sempre più.
Le immagini del castello di Finale Emilia sembrano un ritratto di un paese in cui tutto si sgretola per poi crollare. Nella tragedia di quanto accaduto lunedì mattina sembra quasi scorgere il racconto dei Malavoglia di Verga, nel quale più i personaggi cercano di reagire alle disgrazie e più un destino crudele e beffardo si diverte a farli affogare in un vortice di sventure più forti di loro. Infatti, proprio il desiderio di tornare il più presto alla normalità attraverso il lavoro quotidiano è stato fatale a 11 dei 17 morti finora accertati. È sembrato quasi dal cielo abbiano voluto mandare una seconda grande scossa, quasi a rammentare che c’era già stato un terremoto 10 giorni prima e nessuno se ne fosse accorto. Infatti, proprio la voglia di tornare al lavoro si è rivelata fatale. Quegli 11, fra operai, imprenditori e ingegneri, sono morti sotto il crollo di capannoni costruiti secondo criteri ritenuti compatibili con zone ritenute fino al 2006 a basso rischio sismico.
E proprio questo aspetto legato alle conseguenze economiche costituisce l’anomalia di questo terremoto. A partire da quello dell’Irpinia, i terremoti hanno riguardato le zone centro-meridionali del paese. E l’attenzione si era concentrata sulla perdita di vite umane, dato l’alto numero di vittime, spesso favorite da violazioni di legge in materia edilizia, il che testimonia una volta di più le differenze tra Italia settentrionale e meridionale. In Emilia, infatti, i morti nelle case sono stati finora meno di una decina, a testimonianza del fatto che le abitazioni sono state costruite secondo le regole. Sia per questi motivi, sia perché questo terremoto è accaduto in una zona piena di capannoni industriali e aziende agricole, l’enfasi posta sugli aspetti economici è stata maggiore del solito. E in questo non c’è alcun cinismo. Le immagini delle forme di Parmigiano e Grana Padano distrutte durante il periodo della stagionatura e quelle dei capannoni distrutti, e con essi attrezzature e macchinari tecnologicamente avanzati, devono far preoccupare e non poco. L’Emilia-Romagna è una delle quattro regioni italiane, assieme a Piemonte, Lombardia e Veneto, a dare più di quanto riceve all’economia nazionale, mentre le restanti 16 regioni sono tutte tributarie verso queste 4. Per capirci, è stato colpito uno dei 4 polmoni che, già a fatica per via della crisi e delle tasse, stanno cercando di tenere in piedi ciò che resta dell’economia italiana. Oltre ai morti da piangere, ai 15 mila sfollati da sistemare e alle case da ricostruire, occorre prendere coscienza dei danni che causerà all’economia nazionale un terremoto avvenuto in uno dei cuori pulsanti del paese in questo momento di crisi epocale.
Per questo servirebbero sangue freddo e unità d’intenti. Invece, il capo della Cgil Susanna Camusso non ha perso occasione per ricorrere a polemiche strumentali: “Il fatto che sono di nuovo i lavoratori a lasciarci la vita in queste nuove scosse mi fa pensare che non si è proceduto alla messa in sicurezza degli stabilimenti prima di far tornare le persone al lavoro”. E da Bologna la Fiom Cgil rincara: “è una cosa gravissima, perché si sapeva che le scosse sarebbero continuate”. E lo Stato italiano non è certo da meno, se si pensa al solito aumento delle accise sui carburanti e alle ispezioni della Guardia di Finanza finalizzate a controllare gli scontrini al bar del Palareno di Sant’Agostino, provincia di Ferrara, dove dormono gli sfollati. Mentre il Procuratore capo di Modena Vito Zincani, in merito ai crolli dei capannoni se n’è uscito dicendo che “la politica industriale a livello nazionale sulla costruzione di questi fabbricati è una politica suicida”. Beh! Dato che la sentenza c’è già, allora risparmiamo i soldi del processo e usiamoli per la ricostruzione delle terre colpite dal sisma. Anzi, aspettiamoci qualche avviso di garanzia se, come accaduto all’ex- capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, qualche responsabile della ricostruzione proverà a forzare gli ostacoli costituiti dalla nostra burocrazia, a cui la magistratura italiana fa sempre da sponda. Del resto, tra burocrati…
Purtroppo, secondo i dati di Confindustria questo terremoto costerà un punto di pil, con 3500 aziende chiuse e 20 mila persone senza lavoro. Il tutto, mentre nel quasi totale silenzio dei principali quotidiani italiani (tanto non c’è più Berlusconi da sputtanare), sui mercati la situazione precipita, con il contagio che sta investendo di brutto la Spagna, ossia un paese che rappresenta il 13% dell’economia europea (non il 2,8% della Grecia), con la BCE che ha detto no al piano governativo di salvataggio di Bankia, in quanto non avverrebbe attraverso l’iniezione di 19 miliardi di capitali pubblici, che il governo non ha, ma attraverso l’emissione di 19 miliardi di titoli del debito pubblico da girare come collaterale alla BCE. Quisquilie, direte voi. No, perché sono segnali che preannunciano un’estate ancor più rovente di quella scorsa, soprattutto se nelle elezioni in Grecia prevarranno le forze anti-euro. Le conseguenze potrebbero essere fallimenti bancari in Grecia e ulteriori declassamenti di istituti di credito nel resto d’Europa, Italia inclusa. Uno scenario da incubo. Anche per un popolo inguaribilmente ottimista come quello italiano.
(La Voce di Romagna, 1/6/2012)