Vent’anni dopo Mani pulite: affidarsi alle toghe per raddrizzare la situazione è solo una pericolosa illusione

Con l’arresto di Mario Chiesa, il 12 febbraio 1992 prese il via Mani Pulite, il repulisti giudiziario che ha spazzato via la prima repubblica. E di questi vent’anni, domenica 12 febbraio Ferruccio De Bortoli ha fatto un bilancio severo e impietoso.

Quanto scritto da De Bortoli è in buona parte condivisibile, eppure nella sua analisi sembra mancare qualcosa. Egli ha certamente ragione quando denuncia che la corruzione non è cessata e tutt’al più ha cambiato forme e percorsi: “ha un carattere più individuale, trasversale, minuto e non genera – amara considerazione – lo sdegno e l’istinto di ribellione che mossero l’opinione pubblica ai tempi di Mani Pulite”. Una corruzione che posiziona l’Italia al 69˚ posto nella classifica Transparency International e il cui costo per l’Erario è stimato dalla Corte dei Conti fra i 50 e 60 miliardi l’anno, una tassa occulta che frena gli investimenti esteri, distorce i mercati, umilia il merito e calpesta la cittadinanza. Certo, De Bortoli sottolinea come “gli eccessi e gli errori non furono pochi”, come furono “troppe le sentenze mediatiche e non sempre adeguata fu la tutela delle garanzie individuali”. Però, De Bortoli finisce per giustificare le nefandezze del manipulitismo, ricordando che “quella stagione ebbe il merito di sollevare un velo sull’Italia del malaffare”.

Un ricordo molto parziale, a dire il vero, poiché, come De Bortoli si guarda bene dal dire, c’è stato malaffare e malaffare, procure e procure, doppiopesismo diffuso, politico e geografico. A Milano, Berlusconi fu messo sotto inchiesta e rinviato a giudizio perché non poteva non sapere, mentre a Venezia Occhetto e D’Alema potevano non sapere. Forse, perché a Venezia operava un galantuomo come Carlo Nordio, mentre a Milano vigeva il rito ambrosiano. Se democristiani e socialisti sono stati pressoché azzerati e persino la Lega è stata pizzicata (ricordate i 200 milioni di Patelli?), pur di scansare gli ex-comunisti si è fatto ricorso a ogni tipo di contorsionismo giudiziario. Tiziana Parenti, che si occupava delle tangenti rosse, fu boicottata in ogni modo; Francesco Misiani, pur appartenendo a Magistratura Democratica, una volta giunto a Milano per sostituire Tiziana Parenti, fu colpito da avviso di garanzia. Insomma, chi tocca i fili (rossi) muore. E riguardo ad Antonio Di Pietro, ricordate il faccendiere Pierfrancesco Pacini Battaglia che in una sua telefonata intercettata esclamò, alludendo all’allora pm e al suo amico avvocato Lucibello: “Quei due mi hanno sbancato?”. Ebbene, il pm Salomone, chiamato a indagare sul caso vide dopo pochi giorni il proprio fratello indagato per mafia. Anche lì, meglio procedere con i guanti di gomma, giusto per non prendere la scossa. Riguardo poi alla Dc, fa pensare il fatto che l’unico grande maggiorente a non finire nei guai sia stato proprio Ciriaco De Mita, quell’”Intellettuale della Magna Grecia” (Gianni Agnelli dixit) tanto amato dall’establishment, grande sponsor di Callisto Tanzi e che Eugenio Scalfari paragonò al miglior De Gasperi profetizzando che avrebbe fatto dell’Italia una Svizzera. In realtà, il suo unico merito fu quello di essere il nemico di Bettino Craxi, che fu arrogante finché si vuole, ma la cui vera colpa fu quella di non piegarsi ai poteri forti usciti indenni e avvantaggiati dal ciclone di Mani Pulite.

E che dire della stampa. A tal riguardo Piero Sansonetti, allora cronista dell’Unità e poi direttore di Liberazione, ricorda come: “Nel biennio 1992-93 nacque un’alleanza di ferro tra il Corriere di Mieli, La Stampa di Mauro, l’Unità di Veltroni e la Repubblica di Scalfari […]. Ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli”. E ancora: “Una delle cose che mi faceva imbufalire è che qualsiasi notizia io trovassi doveva essere confrontata e, spesso, addomesticata sulla base di ciò che il giorno dopo avrebbero scritto giornali ben più diffusi del mio. Non si parlavano solo i direttori, ma anche i cronisti. C’era una sorta di “agenzia di stampa informale” che decideva quali notizie pubblicare e quando, con che rilievo e addirittura con che titolo. Era impossibile avere una voce autonoma, trovare una notizia diversa da quella che il pool di Mani Pulite (il pool formato dai giornalisti che prendeva ordini dal pool di magistrati) aveva deciso dovesse essere pubblicata. Chi non ci stava, chi voleva usare la sua testa e banalmente fare il proprio mestiere veniva fatto fuori dal pool dei cronisti che non gli passavano più i verbali. Una sera, dopo la chiusura di mezzanotte, andai a mangiare una pizza con un collega che mi raccontò di un verbale non ancora uscito e che lui aveva in mano. “Perché non lo pubblichi”? gli chiesi ingenuamente. “Ma sei matto, poi mi fanno fuori e non mi passano gli altri verbali. Anzi, ho già preso accordi per passarlo domani ai colleghi”.

Alla luce di tutto questo appare quantomeno ipocrita l’invito di De Bortoli a “rileggere gli avvenimenti del ’92 con spirito critico necessario e costruttivo. La verità è che Mani Pulite ha mostrato il marcio di cui da tempo si sentiva l’odore, ma ha massacrato alcuni e salvato altri. Nella sua opera di moralizzazione giacobina, non ha estirpato la corruzione, pur ricorrendo a metodi da Stato di polizia. In compenso, ha degradato ancor di più lo Stato di diritto attraverso la gogna mediatica e la giustizia spettacolo e ha spaccato in due l’Italia creando un clima di guerra civile latente che sta affondando il paese. (continua)

 

(La Voce di Romagna, 14/2/2011)

 

 

Alla fine del suo articolo di domenica 12 febbraio, Ferruccio De Bortoli giunge alla conclusione che la risposta ai problemi della corruzione “non può essere esclusivamente di carattere penale”. Giustissimo.

Purtroppo, però, complice anche gran parte degli organi di informazione, fra cui il Corriere, è stato fatto credere agli italiani che manette, carcere e lotta all’evasione fossero la soluzione magica ai problemi del paese. Da vent’anni si alimenta il falso mito secondo cui l’Italia, con la sua legislazione avversa a mercato e concorrenza, sarebbe il migliore dei mondi possibili se non fosse di volta in volta per la mafia, la politica corrotta, e così via. Intendiamoci, ognuno di questi fattori ha contribuito ad alimentare la corruzione, ma attribuire la colpa a qualcuno o a qualcosa in particolare significa cercare un colpevole e non le soluzioni ai problemi. Così, ogni volta che scopriamo che l’individuazione del colpevole di turno non corrisponde all’individuazione di una soluzione, ci facciamo prendere dallo sconforto urlando ai quattro venti che questo è un paese perduto e senza speranza.

La verità è che l’illusione di affidarci alla magistratura per raddrizzare il legno storto dell’Italia fa parte di una tradizione lunga quanto l’Italia stessa. Una tradizione ben presente nelle nostre élites, che da 150 anni vorrebbero riplasmare gli italiani, emendandoli da quel retaggio cattolico da loro ritenuto la causa di ogni arretratezza, morale e culturale. Uno di questi moralizzatori è Francesco Greco, da anni procuratore aggiunto coordinatore a Milano del dipartimento reati finanziari, nonché protagonista della stagione di Mani Pulite. Ebbene, in un’intervista a Radio 24, Greco ha detto testualmente che: “quelle ricchezze all’estero vanno riportate in Italia, o con le buone o manu militari. Mi risulta che solo a Lugano ci siano 125 miliardi depositati da italiani, è chiaro che vanno riportati indietro anche con le cattive, perché dalla lotta all’evasione dipende l’eguaglianza sociale”. Commentando tutto questo, Oscar Giannino ha giustamente detto che di giustizia sociale manu militari non se ne avverte il bisogno, urlando il suo “viva alla libertà dei capitali che taglia l’erba sotto i piedi a Stati ladri che appropriandosi di più della metà del pil danno pure colpa ai loro cittadini, perché ancora non basta!”.

Maurizio Tortorella, nel suo libro dal titolo La Gogna riporta un’intervista del 17 novembre 1993 concessa a Bernardo Valli di Repubblica da Francesco Saverio Borrelli, in cui l’allora capo della procura milanese dice testualmente: “Vorrei dire che, in questo specifico universo d’investigazione che va sotto il nome di Mani pulite, forse le conseguenze politiche possono essere tratte prima ancora di attendere la verifica dibattimentale. Perché di fatto già ora […] noi sappiamo che esisteva in Italia un sistema tributario che io continuo a chiamare occulto o parallelo, il quale era illecito e serviva per alimentare la vita dei partiti […]”. Al che chiese Valli: “Lei vuol dire che (con le indagini preliminari n.d.a.) il grande processo al pubblico è già avvenuto? Borrelli: “Sì, il grande processo pubblico è avvenuto”. Ancora Valli: “Quindi, la sentenza è una cosa quasi secondaria, che riguarda la procedura, il diritto, la giustizia propriamente detta; ma intanto l’operazione di “grande bucato” è già lì?”. Ancora Borrelli: “È già lì, sì, in parte è già fatto…”. Purtroppo, da allora la cultura giuridica non si è spostata di un millimetro, complice l’inettitudine della politica e la manipolazione dell’informazione operata da quei veri e propri servi delle procure che sono i cronisti di giudiziaria, che sviliscono il loro mestiere barattando sensazionali anticipazioni in cambio di articoli elogiativi sull’abilità degli investigatori.

Invece di cercare scorciatoie pericolose e liberticide, occorre diminuire il peso dello Stato e della burocrazia nella vita di imprese e cittadini. Fare impresa in Italia rispettando le leggi comporta spesso la morte delle aziende, perché significa combattere ogni giorno contro la più alta tassazione tra i paesi dell’area Ocse, una selva interminabile di adempimenti burocratici e la lentezza della giustizia. E in un contesto simile, l’eroe di Mani Pulite Francesco Greco vorrebbe riportare le ricchezze dall’estero manu militari? E con gli stessi sistemi si vorrebbe estirpare la corruzione? Purtroppo, gran parte degli italiani la pensa più o meno così. Dopo decenni di propaganda anticapitalistica la diffidenza verso il mercato è totale, così si invocano leggi dal carattere salvifico, il cui unico effetto è quello di alimentare la burocrazia e con essa il dispotismo amministrativo su imprese e cittadini. In tal modo, i costi imposti dal rispetto della legalità si rivelano spesso insostenibili e la corruzione finisce per diventare l’unico rifugio possibile. Perciò, non c’è da meravigliarsi se la rivoluzione liberale promessa da Silvio Berlusconi non si è realizzata. Il rifiuto del paese e la resistenza della burocrazia si sono rivelati ostacoli troppo forti. Infatti, come detto nei giorni scorsi dal direttore Franco Fregni riguardo all’ex-capo della protezione civile Guido Bertolaso, la sua colpa è stata quella di voler far funzionare la protezione civile in modo agile bypassando la burocrazia. Cosa che la magistratura, burocrazia anch’essa, non poteva permettere, giocando una volta di più il ruolo di ostacolo a ogni progetto di cambiamento e di ammodernamento del paese.

 

(La Voce di Romagna, 15/2/2011)

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