Neanche due mesi fa Silvio Berlusconi lasciava Palazzo Chigi e tutti noi abbiamo un po’ pensato che il clima politico sarebbe migliorato. Nulla di tutto ciò, eppure un effetto positivo c’è stato: il Cavaliere ha perso il ruolo di capro espiatorio.
Eppure, le polemiche non sono diminuite. Si sono semplicemente indirizzate verso chiunque osi accennare di volta in volta a qualsiasi ipotesi di riforma. E qui i nodi vengono al pettine: in mancanza dello specchietto per le allodole (Berlusconi) gli scontri polemici si dirigono verso la “sostanza delle cose”, ossia laddove vengono minacciati gli interessi più organizzati e perciò da più tempo sedimentati. Il governo ha abolito le pensioni di anzianità? I sindacati si sono rivoltati, soprattutto dopo che si è infranto il “sacro” rito della concertazione. Il governo vuole liberalizzare esercizi commerciali e professioni? Esercenti e ordini professionali insorgono. Il governo accenna a una riforma dell’articolo 18? I sindacati minacciano di tutto, con la solita Cgil che, per bocca del suo segretario nazionale Susanna Camusso, evoca lo spettro di tensioni sociali. Qualcuno pone il problema degli stipendi troppo alti dei nostri parlamentari? La corporazione dei politici, unanime come non mai, non ci sta e senza ritegno alcuno nega la cosa. Del resto, in un paese del tutto alieno alle regole e allo spirito della società aperta, è impossibile aspettarsi qualcosa di diverso dalla difesa ferocissima degli interessi parziali e corporativi.
E in un paese del tutto alieno allo spirito della società aperta è impossibile aspettarsi una visione ampia delle cose che guardi oltre il proprio “orticello”, così com’è impossibile non aspettarsi la ricerca di un capro espiatorio contro cui additare le cause di ogni problema. E in una situazione di grave crisi finanziaria dello Stato italiano, quale miglior capro espiatorio dell’evasore fiscale? Così, nei giorni scorsi, è stata condotta a Cortina un’operazione di indubbio successo sul piano propagandistico. Sul piano effettivo, si vedrà. A me hanno sorpreso non poco i toni trionfalistici di un opinionista acuto ed equilibrato come Pierluigi Battista, che sul Corriere della Sera di giovedì 5 gennaio si complimenta con le “sentinelle del fisco” per l’arguzia e la precisione chirurgica della loro iniziativa. In un paese in cui tra l’accertato e il riscosso c’è una differenza abissale sarebbe il caso di evitare trionfalismi prematuri. Solitamente, il fisco in Italia incassa solo il 10,4% di quello accertato, contro il 94% degli USA, il 91% dell’Inghilterra, l’87% della Francia, l’84% del Belgio, l’81% della Spagna, l’80% della Svezia, il 64% della Romania, il 58% della Turchia, il 44% dell’Albania e il 31% della Grecia. A causa delle lungaggini e delle farraginosità del contenzioso, in cui lo Stato soccombe tra l’altro 3 volte su 5, i procedimenti vanno spesso in prescrizione, mentre come ha ricordato Nicola Porro sul Giornale del 5 gennaio, avere un’auto di lusso a reddito zero di per sé non vuol dire nulla, poiché in Italia non avere reddito non significa non avere patrimonio, in quanto i redditi finanziari (Bot, azioni, ecc.) sono tassati separatamente dalla dichiarazione fiscale. E poi, qualche accertamento sarà fatto pure a capocchia, ma tant’è.
Dal punto di vista propagandistico, invece, il successo è stato innegabile. Il massiccio uso di personale in quel di Cortina per andare a scovare i proprietari di Suv con redditi da travet poteva essere evitato senza spese inutili: bastava incrociare i dati sulle auto costose (presenti nel cervellone dl Pra) con i redditi dei proprietari già in loro possesso. Qualche furbetto l’avranno pure preso, ma l’intento era quello di far vedere che lo stato c’è e lavora per noi. Peccato, però, che quel poco che viene recuperato dalla lotta all’evasione, non vada a diminuire l’onere di chi già le tasse le paga, ma finisce sempre nel calderone di una spesa pubblica fuori controllo. E poi, è bene ricordare che in Italia la pressione fiscale diretta sulle imprese supera il 45% (68% se si somma quella indiretta), contro il 28% della media dei paesi scandinavi, tradizionalmente ad alta tassazione complessiva. In quegli stati, è alta la tassazione sulle persone fisiche, che però è il frutto di un patto (rispettato) tra alte aliquote e un’efficienza nell’erogazione dei servizi pubblici che noi ci sogniamo. Ma in quei paesi hanno capito che solo producendo reddito attraverso basse aliquote sulle imprese possono creare quell’ammontare di risorse necessario ad alimentare un welfare generoso quanto efficiente.
In Italia, invece, decenni di ideologia social-comunista hanno additato le imprese quale causa di ogni male e l’imprenditore come un reietto dedito solo allo sfruttamento e all’evasione fiscale.
Risultato: l’Italia è il paese dell’area OCSE con la più alta tassazione sulle imprese. Così, con un debito pubblico enorme e un’economia strangolata da tasse e burocrazia, ci si riduce a sistemi di controllo da Stato di polizia, su conti correnti e con i limiti al contante a 1000 €, misura che non ha eguali in paesi come Germania, Gran Bretagna e Francia, mentre l’attività delle Fiamme Gialle si concentra sulle aree del nord (evasione stimata al 19% contro il 55% del sud), in base alla logica secondo cui si va a cercare in un certo posto solo perché lì c’è roba da prendere. Infischiandosene bellamente se questa roba è il frutto di quel duro lavoro su cui si fonda la costituzione italiana.
(La Voce di Romagna, 7/1/2012)
#1 by claudio on gennaio 18, 2012 - 10:43 am
Caro Carlo, sono del tutto d’accordo. In tutta evenza è una stupida operazione mediatica che spaventa soprattutto chi le tase le paga e che otterrà il contrario di quanto intendeva ottenere. Del resto “l0unica mano che ti puoi aspettare dallo Stato è quella che si infila nelle tue tasche” A presto. Claudio Bertolazzi