Da Milano un segnale chiaro per il Governo

Nella storia d’Italia Milano è sempre stata la città da cui sono partiti i cambiamenti politico-sociali che hanno impresso la direzione modernizzatrice al paese. A Milano nacquero il fascismo e l’antifascismo, nel secondo dopoguerra fu la volta del socialismo, dapprima operaista con sindaci come Aldo Aniasi e poi riformista negli anni Ottanta con la Milano da bere. Infine, sempre all’onda della Madunina ci furono Mani Pulite, la prima affermazione importante della Lega con Formentini e, buon ultimo, Silvio Berlusconi.

La sconfitta clamorosa del centrodestra a Milano ha tutti i crismi di un cambio di rotta epocale. Nel giro di poche ore si è passati da un 47% a 43,5% in favore di Letizia Moratti (questa volta gli exit poll hanno tradito il centrodestra) su Giuliano Pisapia, e già questo dato era considerato con un certo stupore; stupore che è aumentato con le prime proiezioni che davano in testa Pisapia di uno o due punti, che sono aumentati fino a sei con il passare delle ore man mano che dalle proiezioni si passava ai primi dati scrutinati. Questa sconfitta, che va oltre ogni più funerea previsione (per il centrodestra, naturalmente), è destinata a lasciare il segno. Difficilmente la situazione è ribaltabile al secondo turno, stante anche l’entusiasmo del centrosinistra, che con questa affermazione importante vede finalmente arrestarsi la tendenza perdente iniziata con le elezioni politiche del 2006, vinte sul piano numerico, ma perdute su quello politico, dopo essere partiti con un più 8/10 % all’inizio della campagna elettorale e aver finito in sostanziale pareggio la contesa. Fra i motivi della sconfitta si annoverano la pessima campagna elettorale di Letizia Moratti, con lo scivolone finale nel dibattito con Pisapia, la gestione del nodo immigrati e della guerra in Libia, il difficile momento che attraversano tutte i partiti al governo in Europa e, soprattutto, la guerra intestina con la Lega, il cui “disimpegno” a Milano è stato evidente. Oltre a questo, però, c’è qualcosa in più.

Tutto il nord ha voltato le spalle, in modo più o meno pronunciato, sia al Pdl che alla Lega, come dimostrano i casi di Pordenone e Trieste, dove il centrodestra insegue. Lo stesso dicasi di Bologna, dove, nonostante un anno di commissariamento in seguito allo scandalo Del Bono e un candidato veramente scadente come Virginio Merola, il Pd ha vinto al primo turno, impresa che non riuscì nemmeno a Del Bono, candidato senz’altro più autorevole di Merola prima che scoppiasse lo scandalo che lo portò alle dimissioni. Insomma, anche sotto le due torri la Lega non ha sfondato, nonostante esprimesse il candidato del centrodestra nella persona di Manes Bernardini, che ha preso 3-4 punti in più della coalizione che lo ha sostenuto. La Lega ha preso poco più del 10%, meno del Pdl che è andato poco sopra il 16%. Merola ha vinto nonostante il boom dei grillini, che si sono attestati al 9,4% (quasi il doppio rispetto al terzo polo), confermando le aspettative. E se si tiene conto della vittoria (ampiamente attesa) al primo turno a Torino, abbiamo un nord che si sposta a sinistra, con un Pd in crescita nelle regioni a nord del Po e il Movimento a Cinque Stelle di Beppe Grillo oltre la doppia cifra in Emilia-Romagna.

Ma quel che più conta sul piano politico, è la sconfitta di Silvio Berlusconi, proprio nella sua Milano. Una sconfitta da cui difficilmente si riprenderà e che, anzi, attesta un declino dell’uomo già da tempo evidente. E poi, come ho sopra ricordato, Milano determina le “tendenze” nella politica italiana e una sconfitta lì crea conseguenze di lungo periodo. La sensazione è che Milano, ancor più che sfiduciare Letizia Moratti, abbia dato il benservito a Silvio Berlusconi. Facendo un paragone con le elezioni regionali del 2005 quando, su 14 regioni in cui si votava 12 andarono al centrosinistra e due (Lombardia e Veneto) al centrodestra, questa sconfitta è molto più grave per Berlusconi, perché nel frattempo sono passati sei anni, e questo alla sua età conta e, soprattutto, perché a differenza di allora, questa volta ci ha messo la faccia spendendosi per Letizia Moratti, fino a candidarsi come capolista al Consiglio Comunale.

Come sempre, ha fatto una campagna elettorale basata sulla sua persona, ma questo, soprattutto in seguito agli errori in serie degli ultimi tempi (caso Ruby, gestione del nodo immigrati e della guerra in Libia) ha finito per rivelarsi controproducente, specialmente in un periodo difficile per tutti come questo. Oltre a questo, però, va sottolineato come l’elettorato di centrodestra sia stanco delle promesse non mantenute in campo economico. Per il popolo della piccola e media impresa e delle partite Iva, dopo otto anni di governo Berlusconi burocrazia e tasse continuano a essere i nemici contro cui combattere, forti come non mai. Lo zero nella casella delle riforme liberali (soprattutto il mancato abbassamento delle imposte) va proprio a incidere nella carne del ceto medio, che costituisce gran parte dell’elettorato di centrodestra. Purtroppo, oggi la pressione sui conti pubblici consente di abbassare le tasse solo se prima si tagliano le spese dello Stato, cosa assai difficile quando un governo è nelle mani dei Responsabili. La verità è che certe riforme andavano fatte nel quinquennio 2001-2006, quando la crisi ancora non mordeva. Ora è tutto più difficile e doloroso, ed è solo grazie alla crisi in cui versa l’attuale opposizione che il conto per le mancanze di allora è arrivato solo adesso.

 

(La Voce di Romagna, 18/5/2011)

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