Il 23 febbraio, a Milano, il sostituto Procuratore della Repubblica Pietro De Petris ha chiesto 9 anni e mezzo per omicidio volontario e tentato omicidio nel processo d’appello che vede imputato il tabaccaio Giovanni Petrali, reo di aver ucciso il 17 maggio 2003 Alfredo Merlino, 20 anni, e ferito Andrea Solaro, oggi ventiquattrenne.
Il Petrali, in realtà, ha reagito a un tentativo di rapina alla sua tabaccheria, in Piazzale Baracca a Milano, nel corso della quale i rapinatori hanno minacciato la moglie con la pistola. In primo grado il tabaccaio era stato condannato a un anno e 8 mesi con la sospensione condizionale della pena per omicidio colposo, lesioni colpose e porto illegale di armi (quest’ultima imputazione è oggi prescritta). Evidentemente, per De Petris, una persona che si vede minacciare di morte la moglie e aggredire la proprietà deve reagire con flemma da lord inglese. L’impressione (sic!) è che rapinatori e violenti godano di una sorta di indulgenza ideologica da parte di molte procure. Del resto, nel caso di Milano stiamo parlando di quella procura che sembra aver fatto della lotta politica nei confronti di Berlusconi, Craxi e dei vari “nemici” dell’ex-Pci e del partito di Repubblica, la propria missione. Quel che indigna, quindi, è la pervicacia ideologica con cui viene perseguito il “bottegaio” Petrali, colpevole di aver reagito a un’aggressione, evidente nel suo svolgimento e nella sua pericolosità. I delinquenti sono considerati vittime della società (capitalistica, naturalmente) e i commercianti ladri, evasori e sfruttatori; nuovi kulaki simboli del male nella mente di magistrati che interpretano il codice alla luce di un’ideologia secondo la quale la proprietà è un furto e il profitto una rapina.
Nella giornata di sabato, in quel di Bologna, ho assistito personalmente alla sfilata (non autorizzata, naturalmente) della marmaglia appartenente ai centri sociali, che in mattinata aveva impedito lo svolgimento di una conferenza sul nucleare solo perché organizzata dall’associazione di destra CasaPound. In nome dell’antifascismo, quest’accozzaglia di violenti ha impedito ad altri di parlare, ha leso un diritto, quello di parola, sancito dalla nostra costituzione antifascista. Non paghi, hanno sfilato per il centro di Bologna bloccando il traffico e, giunti in Via D’Azeglio, all’altezza della Chiesa dei Celestini, hanno imbrattato i muri esterni della Chiesa con gli spray, in spregio ai denari pubblici e privati spesi per ripulire Bologna dalle scritte sui muri di palazzi e chiese, e a ogni crisma di legalità. Quella legalità di cui è infarcito ogni discorso della sinistra antifascista che, di fatto, ha sempre un occhio di riguardo nei confronti dei ragazzotti dei centri sociali e delle loro violenze.
Tutto questo va inserito nella campagna mediatico-giudiziaria di cui è bersaglio Silvio Berlusconi da 17 anni e che ha trascinato nel fango chiunque si sia avvicinato a lui, compreso l’ex-responsabile della protezione civile Guido Bertolaso, servitore dello Stato la cui onestà e competenza nessuna sentenza di alcun circo mediatico-giudiziario potrà mai mettere in dubbio. Quel circo che, sulla falsa riga dei professionisti dell’antimafia denunciati da Leonardo Sciascia, ha creato una casta parassitaria di professionisti dell’anti-corruzione e della questione morale che campano sul torbido e alimentano la politica del tanto peggio, tanto meglio (per loro). È tutto un fiorire di tribunali del popolo, con i suoi cantori e le sue tricoteuses: da Saviano, il cui padre è appena stato rinviato a giudizio per una storia di prestazioni inesistenti, prescrizioni e ricette fasulle, rimborsi non dovuti, a Travaglio, appena salvato dal Presidente di sezione della Corte d’Appello di Roma, dottor Afro Maisto, che ha impiegato troppo tempo per depositare le Motivazioni della Sentenza facendo così scivolare il Reato nella Prescrizione. Insomma, una giustizia a due velocità e a due misure: massima per Berlusconi, a passo di lumaca per chi, come Marco Travaglio, si è costruito una carriera facendo da megafono alle procure, soprattutto quella di Milano; garantista per Fini e Vendola, forcaiola per il Cavaliere. Il tutto condito dall’interventismo parolaio delle ultime settimane di Corte Costituzionale e Corte dei conti, la quale sembra non aver nulla da eccepire sui costi spropositati dell’inchiesta sulle notti di Arcore.
Siamo in piena deriva totalitaria e Silvio Berlusconi è l’unico baluardo contro di essa. Bel baluardo, direte voi. Vero, ma pur nelle sue manchevolezze nell’azione di governo, Berlusconi è l’unica persona che ha i mezzi finanziari e mediatici per poter contrastare l’azione violenta di magistrati e poteri forti. Per la sua difesa ha già dovuto spendere centinaia di milioni di euro (centinaia di miliardi delle vecchie lire!), mentre chi lo accusa si avvale del denaro del contribuente. In questi anni, chi è liberale (compreso il sottoscritto) è rimasto deluso dalla rivoluzione liberale mancata di Berlusconi, ma il fatto che liberali autentici come Piero Ostellino o suoi detrattori come Paolo Guzzanti si siano in qualche modo avvicinati al Cavaliere in nome della lotta all’invadenza delle procure, la dice lunga sul momento attuale. Nonostante Berlusconi costituisca freno al cambiamento sempre più evidente, è giunto il momento, anche per noi liberali, di giocare in difesa. Perché, per quanto poca, anche la libertà di cui godiamo è fortemente minacciata. E non certo da Berlusconi.
(La Voce di Romagna, 2/3/2011)