Le polemiche che in questi giorni hanno investito il Presidente della Camera di Commercio di Rimini Manlio Maggioli hanno portato alla luce il problema relativo al rapporto tra fisco e categorie produttive. Quel che deve far riflettere, però, è la posizione tenuta da parte dei membri del centro destra, assai tiepida a livello locale e non pervenuta a livello nazionale.
Ormai, la questione fiscale è quasi del tutto sparita dall’agenda politica di Lega e Pdl, nel quale è rimasto il solo Antonio Martino, come l’ultimo giapponese, a inveire contro l’attuale sistema fiscale dalle colonne di Libero. Sì, perché ormai la Rivoluzione liberale è una guerra terminata, se mai è cominciata. Berlusconi, che da uomo di marketing non ha mai pensato all’importanza nel lungo periodo di una battaglia culturale contro le élites dominanti di questo paese, ha ormai derubricato le riforme economiche a questione “scomoda” di cui occuparsi. Intendiamoci, esclusione fatta per l’operazione Alitalia, il bilancio dell’attuale governo è senz’altro positivo, soprattutto nella gestione delle emergenze immondizia e terremoto. E anche nella gestione della crisi, va dato atto al Ministro dell’Economia Giulio Tremonti di avere operato bene, tenendo bloccata il più possibile la spesa pubblica, mentre la riforma del processo civile oggi in cantiere, se riuscirà a sveltire le cause una volta approvata, avrebbe effetti positivi anche sull’economia. Quel che però è mancato all’esperienza berlusconiana, soprattutto nel quinquennio 2001-2006, è stata un’adeguata gestione dell’economia. Complici gli alleati (An e Udc hanno molti elettori al sud e nel pubblico impiego, mentre la Lega ha fatto del populismo comunitario la propria bandiera) e l’involuzione in senso “comunitario” del Ministro Tremonti, quel che è mancato è stato proprio ciò che più ci si attendeva da Silvio Berlusconi, ossia quell’opera di modernizzazione e liberalizzazione del paese accompagnata da una forte riduzione della pressione fiscale. Insomma, meno Stato e più mercato. Invece, così non è stato.
Purtroppo, alla prova dei fatti, è emerso il deficit culturale del centrodestra, specie in campo economico. Appena entrato in politica, Berlusconi ha rinnovato gergo e agenda politica. I temi liberali da lui evocati sono fin da subito diventati argomento di dibattito, ma al momento di tradurre quei propositi in azione di governo, ecco che la mancanza di cultura politica ed economica ha fatto sentire tutto il suo peso. Chi di dovere avrebbe dovuto osservare che l’esperienza di Mrs Thatcher, a lungo invocata, ha potuto dare i suoi frutti solo dopo un difficile quadriennio di riforme, impopolari ma necessarie, come quello tra il 1979 e il 1983. Va bene l’ottimismo, ma bisognava mettere in conto che il Mezzogiorno non avrebbe mai accettato senza colpo ferire un arretramento dello Stato nell’economia, o che il sindacato non avrebbe mai accettato una (giusta) riforma delle pensioni come quella di Lamberto Dini, bocciata nel 1994. Così, della rivoluzione liberale non è rimasta che la suggestione.
Purtroppo, decenni di contrapposizione tra comunisti e anticomunisti hanno fatto dimenticare che il liberalismo non si esaurisce nell’anticomunismo. E questo si evince soprattutto dall’impostazione prettamente politica dalla stampa di centrodestra, che prende di volta in volta le parti del Cavaliere a prescindere dai contenuti della polemica. A tal proposito furono emblematiche le reazione al Decreto Bersani sulle liberalizzazioni dell’estate 2006, quando il solo Alberto Mingardi, dalle colonne di Libero, ebbe l’arguzia di scrivere che quelli erano i provvedimenti che avrebbe dovuto prendere un governo di centrodestra, ma che rimasero lettera morta nei cinque anni di governo Berlusconi. La verità è che in Italia, solo Eugenio Scalfari ha capito l’importanza di dare un’impostazione economica a un quotidiano. Certo, oggi Repubblica sta perdendo copie e appeal, ma se per anni è stato il punto di riferimento della cultura di sinistra e dell’Italia intera, è anche perché, oltre ai salotti della politica e all’intellighenzia politico-filosofica, Scalfari aveva capito che occorreva conquistare i salotti della finanza e l’intellighenzia economico-accademica. Questo, mentre sul versante politico opposto si è sempre pensato al primato della politica, bollando ogni tentativo di riforma liberale con la solita odiosa e stucchevole frase: “Perché tanto siamo in Italia e certe cose non cambieranno mai”, finendo così per spingere gli economisti fra “le braccia del nemico”. E se è pur vero che il centrodestra riesce a stare più in sintonia con il buon senso del cittadino comune, rifuggendo la fumosità degli intellettuali, questo appellarsi continuo al senso comune talvolta sconfina nella sindrome del “caro vecchio rimedio della nonna”. Il che non sempre va bene per escogitare soluzioni in un mondo che cambia.
Così, tocca a un quotidiano locale come La Voce di Romagna intraprendere una battaglia contro il fisco. A tal proposito, è notizia di questi giorni che nel sud c’è un livello generale di consumo incompatibile con i redditi dichiarati. Nonostante questa realtà, da tempo nota a tutti, le indagini del fisco si concentrano per il 15% in Lombardia e solo per il 3,5% in Calabria, dove l’evasione è maggiore. Ciò significa che la nostra classe politica ha preso atto da tempo in modo bipartisan come il Mezzogiorno non regga il nostro sistema fiscale e che l’evasione sia l’unica possibilità di sopravvivenza, specie dopo l’introduzione dell’euro che non permette più di compensare le inefficienze del sud con le svalutazioni competitive. Allora, cosa si aspetta a cambiare?
(La Voce di Romagna, 14/9/2009)