Gli economisti sbagliano perché non tengono conto del fattore uomo

Tanto tuonò che piovve. A forza di inveire contro la casta degli economisti, il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ne ha provocato la reazione, manifestatasi in una lettera di 16 economisti al Corriere e a Repubblica. Luigi Zingales, sul Sole 24 Ore, ha invece spiegato perché non ha voluto sottoscrivere la lettera mettendo in luce gli errori della categoria, senza ingaggiare battaglia contro Tremonti.

Obiettivamente, il prestigio della comunità degli economisti esce decisamente con le ossa rotte da questa crisi, non solo – e non tanto – per il fatto che non ha previsto la crisi, ma perché alla radice di essa ci sono errori strutturali da parte delle scuole economiche oggi dominanti. Come ebbi a scrivere il 2 luglio di quest’anno, l’attuale generazione di economisti ha avuto il torto di trasformare l’economia in un’appendice della matematica, accentuando la deriva positivista iniziata nell’Ottocento e proseguita fino a oggi. L’economia, che è scienza umana, è stata trattata come una scienza fisica da laboratorio in cui è possibile fare esperimenti su materiale inerme manipolando di volta in volta le differenti variabili. Così, si è pensato che fosse sufficiente approntare modelli matematici sempre più sofisticati basati su una presunta razionalità umana determinabile a priori per prevedere i comportamenti futuri dei mercati, così da eliminare o quasi i rischi ad essi connessi. Peccato, però, che l’uomo impari dall’esperienza, per cui i suoi comportamenti non sono riassumibili in equazioni, specie quando sono frutto di interazioni con altre persone.

Questa concezione dell’economia ha impedito di scorgere i limiti di validità dei modelli matematici di gestione del rischio. Modelli che presuppongono un’omogeneità di comportamenti che nel mondo reale non esiste, e sulla base di essa assumono che i rischi finanziari seguano delle distribuzioni gaussiane (ossia regolari e con una quota di eventi anomali insignificante) in cui le correlazioni tra gli elementi sono costanti. Invece, la vita reale è un susseguirsi di eventi anomali e imprevedibili, mentre i modelli econometrici si concentrano sulle “normali” condizioni di mercato, di per sé irrilevanti ai fini della gestione del rischio. L’errore del mainstream economico attuale è stato proprio quello di sopravvalutare la capacità di gestire il rischio di questi modelli. Ciò ha indotto le autorità monetarie a pensare che, poiché i modelli riducevano i rischi in qualsiasi circostanza, allora era possibile adottare politiche monetarie lasche e inflazionistiche, in conseguenza delle quali, però, i mercati diventano instabili, e perciò rischiosi, così da determinare quelle condizioni di crisi nelle quali le correlazioni tendono a radicalizzarsi, distruggendo la diversificazione del portafoglio su cui si dovrebbe fondare una strategia di gestione del rischio, così da rendere del tutto inutili i modelli in questione. Insomma, ci si è concentrati a tal punto sugli aspetti tecnici e matematici dell’economia da trascurarne i fondamenti primari. La presunzione positivista di considerare omogeneo, standardizzabile e perciò prevedibile il comportamento umano ha fatto sì che gli economisti di oggi ignorassero i limiti della propria disciplina contrassegnati dalle leggi della domanda e dell’offerta, leggi esistenti in natura che l’uomo non ha creato, ma si è solo limitato a scoprire.

Tremonti, invece, è di formazione giuridica, così ha buon gioco nel punzecchiare gli economisti. Peccato, però, che anche il mondo giuridico sia incorso, e non da oggi, negli stessi errori degli economisti. Anche in questo campo le leggi naturali hanno lasciato campo libero dottrine positiviste. Il positivismo giuridico, che domina incontrastato, ha fatto i suoi bravi danni. Gli ordinamenti giuridici, tutti rigorosamente statuali (la common law e il diritto romano non lo erano), si sono risolti in una miriade di leggi e regolamenti incoerenti tra loro. Persino gli Stati Uniti, nazione originariamente di common law, ha subito questa deriva positivista in seguito al new deal, come si evince dal fatto che oltre l’80% delle leggi là esistenti sono state promulgate negli ultimi 50 anni. Perciò, le critiche agli economisti sono giuste, ma non per i motivi addotti da Tremonti, noto fan di Jean-Baptiste Colbert, il ministro del Re Sole, i cui effetti della sua politica protezionista furono un’industria estremamente inefficiente, in quanto protetta dalla concorrenza in virtù di mille privilegi, e un’agricoltura disastrata per i secoli a venire, a causa del drenaggio di risorse a cui Colbert la sottopose in favore dell’industria protetta.

Insomma, economisti e giuristi soffrono dello stesso male. E l’attuale generazione di economisti che ha la sua punta di diamante negli esponenti della Scuola di Chicago che ispirò Ronald Reagan negli anni Ottanta, è sì di orientamento liberista, ma ha fatto della matematica e dell’econometria i propri pilastri, basando la propria adesione al libero mercato su presupposti economici e morali adatti a un’economia collettivistica. Infatti, pur aderendo al libero mercato, i Chicago Boys non disdegnano l’intervento del governo e delle banche centrali per “stimolare” l’economia, dimenticando che una crescita economica senza risparmio e con denaro creato dal nulla sfocia prima o poi nell’aumento dei prezzi e, di conseguenza, nella recessione. Purtroppo, questa generazione di liberisti incoerenti, non solo ci ha regalato una recessione severissima, ma ha fatto naufragare il consenso che il libero scambio aveva faticosamente ottenuto a seguito del crollo del comunismo, così da permettere ai Tremonti e agli statalisti di tutto il mondo di rialzare la testa e di combinare danni per i decenni a venire.

 

 

(La Voce di Romagna, 9/9/2009)

  1. #1 by Giorgio on settembre 25, 2009 - 6:08 pm

    Molto interessante l’analisi che fa… una novità (per mè..)
    Dove la persona (se ho capito?) non è considerata come soggetto/attore principale del mercato, ma una sorta di macchina-consumatore prevedibile se non addirittura “programmabile”.
    Mi piacerebbe approfondire/capirne un pò di più.
    Complimenti.

  2. #2 by marcocobianchi on ottobre 24, 2009 - 5:41 pm

    Odio citarmi, ma questa è esattamente la tesi del mio libro “BLUFF peerchè gli economisti non hanno previsto la crisi e continuano a non capirci niente”. Solo che gli economisti dicono che non hanno previsto la crisi semplicemente peerchè non sono indovini. Poveretti…

  1. liberisti incoerenti « Tubo di scappamento

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