Meglio il capitalismo cattolico di quello anglosassone

Uno degli effetti più nefasti dell’attuale crisi economica è quello di aver ridato fiato ai tromboni dell’anti-capitalismo, di destra, di sinistra. Che post-fascisti e post-comunisti approfittassero dell’occasione si può capire, ma i rigurgiti anti-capitalistici del mondo cattolico sono figli di un grave fraintendimento e di una mancata comprensione dei meccanismi dell’economia e del libero scambio.

Infatti, uno dei pregiudizi a tutt’oggi più diffusi è quello che vede il capitalismo come un prodotto del protestantesimo, specie dopo che nel 1906 uscì l’opera di Max Weber “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”. In realtà, la tesi weberiana è stata confutata da destra e da sinistra. Più che uno spirito capitalistico protestante e uno spirito anti-capitalistico cattolico, esistono due concezioni differenti dell’economia: una cattolica e una protestante, e quest’ultima è quella che ha prevalso, sull’onda della potenza delle nazioni in cui il protestantesimo si è imposto, come la Gran Bretagna di Adam Smith (1723-1790), il padre dell’economia moderna.

In realtà, i pensatori scolastici cattolici seppero cogliere molto bene sin dal Medioevo la realtà economica, riuscendo a descriverla attraverso enunciati teorici assai efficaci. Indagando sul prezzo giusto, scoprirono che esso doveva coincidere con il prezzo che si forma liberamente sul mercato. A differenza delle teorie care ad Adam Smith e a David Ricardo (sui cui Principi di Economia studiò Karl Marx!), secondo cui il valore delle merci sarebbe intrinseco a esse e si approssimerebbe al loro costo di produzione, gli scolastici insistevano sull’utilità soggettiva e sulla scarsità relativa di un bene come aspetti chiave del valore. Il principio relativo all’utilità soggettiva si sviluppò nei paesi cattolici dell’Europa continentale come Francia, Italia e, soprattutto, Austria (con la Scuola Austriaca di Economia), mentre nei paesi anglosassoni protestanti si affermò la teoria smithiana del valore-lavoro, secondo la quale un bene ha tanto più valore quanto più lavoro incorporato contiene. E qui si vede la profonda influenza della religione. Come ha notato l’economista Emil Kauder, gli scolastici cattolici propugnavano il consumo come fine della produzione e consideravano l’utilità soggettiva e la soddisfazione del consumatore come fonti del valore delle merci. Al contrario, la tradizione britannica basata sulla teoria del valore lavoro enunciata da Adam Smith rifletteva l’enfasi tipicamente calvinista fondata sul duro lavoro e sullo sforzo, inteso non solo come qualcosa di buono, ma anche come criterio di assegnazione del valore delle merci. La soddisfazione del consumatore costituiva perciò un requisito meramente accessorio finalizzato a rendere più efficiente il lavoro e la produzione. In poche parole, si vive per produrre.

Infatti, nonostante in Occidente si sia sconfitta la fame, la gente lavora sempre più intensamente. L’enfasi calvinista sul lavoro ha portato a far coincidere la soddisfazione dei bisogni con la crescita del Pil. Il concetto di utilità soggettiva ha lasciato il posto alla mistica oggettivistica del Pil, quantificabile e perciò in qualche modo manovrabile da burocrati e banchieri centrali. In nome della crescita si sono dimenticati principi cardine dell’economia basati sulla domanda e l’offerta, e il concetto di ordine naturale è stato considerato un ferrovecchio ideologico, lasciando, ad esempio, alla Federal Reserve la possibilità di alterarlo abbassando discrezionalmente il tasso di interesse che in un contesto di libero mercato dovrebbe segnalare il prezzo del denaro; prezzo che dovrebbe essere alto se il denaro è scarso (assenza di risparmio) quando invece, nel 2003, abbiamo avuto gli americani addirittura indebitati e i tassi tenuti artificialmente dalla Fed all’1%. E questo sarebbe libero mercato?

Purtroppo, il liberismo attuale si basa sui precetti della Scuola di Chicago, di tradizione smithiana, secondo la quale il libero mercato è preferibile perché è efficiente, non perché è moralmente giusto. Secondo l’economista Ronald Coase, se un treno, passando accanto alla proprietà di un contadino, provoca scintille, il giudice dovrebbe giudicare cercando di massimizzare l’utilità globale, evitando magari di tutelare il diritto (naturale) di proprietà del contadino. Ma come si può misurare l’utilità globale se questa è soggettiva? Secondo Coase, i tribunali dovrebbero essere consapevoli delle conseguenze economiche delle loro decisioni fino a quando ciò è possibile, senza creare troppa incertezza nel diritto. Ma decidere sulla base della massimizzazione della ricchezza invece che sulla responsabilità per i danni causati alla proprietà privata, non fa che aumentare l’incertezza di un regime basato sulla proprietà privata e sul libero scambio.

Purtroppo, come Coase hanno ragionato gli attuali policy-makers. In nome della crescita hanno calpestato le leggi naturali dell’economia. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

 

(Ragioni dell’Occidente, gennaio 2009)

 

 

 

  1. #1 by ulisseo on gennaio 8, 2009 - 5:57 pm

    non saprei cosa dire, il problema per me è che tutto è dominato dall’oligopolio e dagli stati, ci si è riempiti tanto di orgoglio per un libero mercato che non è mai esistito, pochi potenti hanno deciso tutto. Certo che le condizioni di vita di parte del mondo (piccola) sono migliorate, ma la crescita della popolazione rischia di far esaurire le risorse che alimentano il capitalismo, la benzina delle leggi naturali dell’economia. ciao.

  2. #2 by GIANGIACOMO on dicembre 13, 2009 - 1:39 pm

    Segnalo sull’argomento due articoli dell’economista libertarian Filippo Matteucci ( il teorico della democrazia turnaria e dell’economia privatista ):

    Principi di economia privatista

    Il fallimento sia dell’economia pianificata sovietica, finita in miseria, mafia e prostituzione, sia dell’oligopolio statalista e dirigista tipico delle democrazie formali delegate, impone un rovesciamento, una rivoluzione copernicana del modo di pensare e strutturare la scienza economica. Se qualcosa non funziona in un sistema socioeconomico vuol dire che i governanti hanno commesso uno o più errori, che a un dato bivio pregresso è stata imboccata la strada sbagliata.
    Quanto ora detto vale a maggior ragione per l’Europa. Fino a meno di cento anni fa l’Europa, intesa come megasistema sufficientemente omogeneo di civiltà costituito dall’insieme dei Regni che la componevano, era la padrona del mondo, colei che aveva “la migliore probabilità di vittoria nella corsa allo sfruttamento delle ricchezze del globo”, per usare le parole dello Schmerb. I due decisivi errori al bivio che hanno portato quella che fu la Grande Europa all’attuale declino sono stati la svendita a poco prezzo dell’Impero Britannico e l’assunzione a principio di scienza del keynesianesimo.
    …continua…
    puoi continuare a leggere l’articolo qui:
    http://www.finanzaediritto.it/articoli/principi-di-economia-privatista-4096.html

    e

    Proprietà privata e proprietà pubblica dello stato in Hans-Hermann Hoppe

    “Uno stato è un monopolio territoriale della coercizione, un’agenzia che può dedicarsi a continue violazioni istituzionalizzate dei diritti di proprietà e allo sfruttamento dei proprietari privati tramite esproprio, tassazione e regolamentazione.” Con queste stesse parole Hans-Hermann Hoppe apre i suoi due saggi “Élites naturali, intellettuali e Stato” e “L’economia politica della monarchia e della democrazia, e l’idea di un ordine naturale”. Nella definizione proposta da Hoppe lo stato viene visto come soggetto, come una entità autonoma rispetto agli individui e alle famiglie che agiscono in esso e tramite esso. Nel prosieguo dei due scritti lo stato verrà poi considerato come oggetto di un diritto – potere, quello di proprietà. Tuttavia già nel concetto anglosassone di “agency” viene adombrata quella strumentalità dello stato, caratteristica essenziale della concezione e identificazione dello stato come apparato o insieme di apparati.
    …continua…
    puoi continuare a leggere l’articolo qui:
    http://www.filosofiapolitica.net/showArticle.asp?ID=03-02-09-Hoppe&IDArea=2&dateReview=03-02-2009&typeMenu=0&showMenu=true&showComments=true

  1. I poveri in spirito e lo spirito del capitalismo « Zamax

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