L’efferato omicidio di Andrea Tartari avvenuto lunedì a Porto Corsini ha comprensibilmente sconvolto tutti. Benché ormai si ripetano con sempre maggior frequenza, questi fatti non lasciano mai indifferenti e destano sempre sgomento. Ma ciò su cui mi vorrei soffermare sono le parole del Procuratore capo di Ravenna Roberto Mescolini, che preoccupato dal fatto che sempre più gente va in giro armata di coltello, ha auspicato “un intervento del legislatore affinché si prevedano pene più severe per il porto abusivo del coltello”.
Naturalmente, mi guardo bene dall’entrare in polemica con il Dottor Mescolini, sia perché, non vivendo a Ravenna, nulla posso dire sul suo operato, sia perché il proprio curriculum, in cui spicca il ruolo di pubblica accusa al processo contro le BR per l’omicidio Ruffilli del 1988, parla decisamente in suo favore,. Ciò che vorrei esprimere, quindi, è soltanto un puro e semplice dissenso intellettuale, anche perché la frase in questione sarebbe potuta uscire dalla bocca di tanti altri rappresentanti dello stato italiano, siano essi onorevoli o funzionari, in quanto rispecchia fedelmente l’ideologia di cui è imperniato il nostro apparato burocratico. Quell’enfasi posta sul fatto di portare un’arma, invece che sul suo uso, è assai marcata sia da parte dei funzionari statali di ogni ordine e grado, sia da parte di molti commentatori, come si può notare dalle polemiche (a senso unico) che imperversano ogni qualvolta negli Stati Uniti qualche pazzo armato compie una strage sparando tra la folla senza alcun motivo logico. In tali casi ci si chiede sempre perché sia consentito a chiunque di girare armato, salvo omettere che, in più di un’occasione, proprio in alcuni campus universitari americani, è stata evitata la strage grazie al fatto che altri studenti o persone lì presenti erano anch’essi armati. Però, in quei casi il morto non ci scappa e la notizia non varca l’oceano.
Tornando a noi, è del tutto normale che la nostra burocrazia veda di cattivo occhio il fatto che i cittadini girino armati, così come è consequenziale che a questo si accompagnino leggi poco severe. Infatti, gli aspetti deteriori del Welfare State hanno concorso alla formazione di questa mentalità. Laddove il governo si occupa di ogni aspetto della nostra esistenza, dalla culla alla bara, è normale che si formi una mentalità che porta a cercare di prevenire tutto. E pensando che ciò basti, gli stati europei (e quello italiano in particolare) credono altresì di pulirsi la coscienza evitando pene draconiane e optando per un buonismo giudiziario che non fa che aggravare i problemi, incentivando i cattivi comportamenti in chi delinque e aumentando l’insicurezza delle vittime, reali e potenziali. Inoltre, producendosi un aumento dei delitti, le carceri finiscono comunque per essere sovraffollate, con grave danno di chi, comportandosi onestamente, ha maggiori possibilità di essere vittima di un’aggressione, senza che ciò arrechi benefici ai detenuti, visto che la mitezza della pena funge da incentivo a delinquere, spalancando così (in entrata) una volta di più le porte del carcere.
Semmai, posso trovare giusta l’aggravante per chi fa uso di armi da taglio (oltre che da fuoco) nel corso di un’aggressione, ma finché un’arma non viene usata non è pericolosa. Per quanto riguarda il sottoscritto, ad esempio, essendo quasi impossibilitato a correre a causa di un problema ormai cronico a un ginocchio, non potrei nemmeno fuggire (in certo casi la fuga, lungi dall’essere una forma di vigliaccheria, è puro buon senso!). E visto che la fuga mi è preclusa, senz’armi sono in balia di ogni potenziale aggressore, che può trasformare in arma qualsiasi oggetto non proibito a portata di mano. In Italia, purtroppo, chi detiene armi per difendersi o chi reagisce a un’aggressione è mal visto dallo Stato, che non tollera intrusione alcuna nel suo “monopolio della forza”, benché si guardi bene dal farne l’uso che il cittadino reclama.
Il risultato di tutto ciò è l’impunità generalizzata. Un’impunità che negli ultimi 40 anni, dallo Stato si è diffusa nel costume e nell’educazione familiare. Delitti come quello del povero Andrea Tartari sono figli della più assoluta incapacità di dominare i propri istinti. Come sostiene l’economista premio Nobel Friedrich von Hayek: “Gli istinti primordiali dell’uomo non erano fatti per raggruppamenti numerosi come quelli nei quali l’uomo vive adesso”. Tali istinti, geneticamente ereditati, erano adatti alla vita di piccole bande erranti o di gruppi ristretti, e servivano a garantire la cooperazione dei membri del piccolo gruppo. L’esistenza dell’attuale ordine sociale (la società aperta) è il frutto di regole di condotta (proprietà individuale, risparmio, onestà, contratto, scambio, commercio, concorrenza) gradualmente evolutesi attraverso la tradizione, l’insegnamento e l’imitazione, piuttosto che attraverso gli istinti, e consistono essenzialmente in proibizioni (“Tu non devi”) che delimitano gli ambiti praticabili delle decisioni individuali.
Purtroppo, sperare in maggior severità da parte delle nostre istituzioni sembra quanto mai illusorio, perché il catto-comunismo che permea le nostre élites politiche e culturali da oltre mezzo secolo continua a vedere nel regime capitalistico in cui l’Italia è (o dovrebbe essere) inserita un sistema a tal punto immorale, da considerare chi delinque una vittima della società in cui vive e in quanto tale meritevole di ogni sorta di giustificazione che ne attenui la pena. Tutto ciò, in nome del progresso, ci ha riportato nell’età dei bruti, ma è ora che certi comportamenti tornino a essere puniti. E senza transigere.
(La Voce di Romagna, 24/7/2008)