Bassi salari: le risposte peggiorano la crisi

Venerdì hanno sfilato tute blu un po’ in tutta Italia. Purtroppo per loro, però, il caso rifiuti sta occupando la scena e la loro protesta è finita in secondo piano. Potenza della società della comunicazione: o sei in primo piano o sei out.
Fossero solo legati all’immagine i problemi dei lavoratori, poco male, ma l’erosione del potere d’acquisto dei salari è una questione dannatamente seria, che rischia di diventare drammatica di qui a poco, e non solo per chi era nelle piazze a sfilare, ma per tutto il ceto medio. E i governi ai quali si chiede di farsi carico del problema possono ben poco. La stagflazione (recessione economica + inflazione) in via di dispiegamento ha cause lontane nel tempo (11 settembre 2001) e nello spazio (Federal Reserve). L’establishment americano, sull’onda emotiva del panico suscitato dagli attentati alle twin towers, decise di dare un forte sostegno all’economia con una politica monetaria eccessivamente espansiva. Queste politiche sono fortemente distorsive, in quanto i bassi tassi di interesse, che non possono essere mantenuti artificialmente tali per lungo tempo, generano una grossa quantità di cattivi investimenti, che entrano in default una volta che la banca centrale rialza i tassi al loro livello di mercato o più in prossimità di esso. Così, il conto di questi 6 anni è arrivato quest’estate con la crisi dei mutui, crisi resa complicata dal fatto che i cattivi investimenti non si limitano ai mutui subprime, che al momento sono stati gli unici crediti a entrare in default. Purtroppo, ne avremo altri in futuro.

Tutto questo che c’entra con i salari? C’entra eccome. Le iniezioni di liquidità effettuate quest’estate da Fed e BCE, unite ai ribassi dei tassi operati dalla Fed, stanno sortendo effetti opposti a quelli auspicati, soprattutto da Ben Bernanke, il cui operato si sta dimostrando ancor più deleterio di quello del suo predecessore Alan Greenspan. Ben Bernanke, si propone di far sì che i tassi di interesse sui mercati monetari restino bassi espandendo il credito, ma ciò non evita la crisi, anche quando la cosa sarebbe fattibile. Le banche centrali espandono il credito con la speranza che i nuovi fondi fluiscano verso i mercati monetari, di modo che l’abbondanza di numerario permetta di prestare denaro a tassi di interesse  più ridotti, così da dar sollievo a famiglie e imprese che sopportano il rischio di interesse. Il problema è che ciò funziona così soltanto quando non si contrattano i prestiti in una moneta che si sta deprezzando a tappe forzate. In questi momenti, i titoli a tasso fisso stanno promettendo di restituire in futuro una quantità di numerario il cui valore sarà minore dell’attuale; o, detto in altro modo, siamo in presenza di tassi di interesse reali negativi. E al tempo stesso, i mercati delle materie prime continuano con una tendenza rialzista nel medio periodo.  

La conseguenza è ovvia: la liquidità addizionale che le banche centrali immettono nei mercati monetari non affluisce verso il mercato a reddito fisso, ma verso quello delle materie prime. Non solo, ma è molto probabile che i detentori dei titoli a tasso fisso decidano di vendere i propri titoli e investire anche i saldi ottenuti in materie prime. Ai bassi tassi che fissa la Banca Centrale, risulta conveniente indebitarsi per investire in materie prime, per cui la pressione torna a trasferirsi sulle monete, che vedranno incrementati i loro tassi di interesse. Avremo al tempo stesso un incremento nel prezzo delle materie prime e dei tassi di interesse. Perciò, le politiche di Fed e BCE stanno mettendo le basi per futuri incrementi dei tassi di interessi, che renderanno difficili i finanziamenti imprenditoriali e incrementeranno gli oneri finanziari di coloro che sopportano il rischio di interesse, come, ad esempio, chi ha contratto un mutuo a tasso variabile. Quindi, invece di favorire la ripresa, queste politiche fanno aumentare i prezzi delle materie prime e, a cascata, dei beni di consumo, con conseguente perdita di potere d’acquisto dei salari.

La politica può ben poco, ma quel poco non lo fa. La crisi è inevitabile, ma si può lavorare per farla durare di meno, facendo ciò che il governo Berlusconi non ha fatto, se non in minima parte, e il contrario di quanto sta facendo il governo Prodi. È necessario ridurre il peso dello Stato perché possano diminuire le imposte senza esercitare una pressione rialzista sui tassi di interesse. Le famiglie, se devono pagare minori imposte, vedranno incrementato il loro reddito disponibile, il che renderà loro meno difficile far fronte ai propri oneri finanziari (specialmente quelli riferiti al mutuo). Allo stesso modo, anche le imprese si vedranno beneficiate da una riduzione sull’imposta sulle società, che permetterebbe loro di compensare sia il maggior onere finanziario, sia il rincaro delle materie prime. Inoltre, è molto importante favorire al massimo la liberalizzazione dei mercati dei fattori produttivi (lavoro e materie prime). C’è da evitare che la rigidità delle regole impedisca un rapido ricollocamento dei lavoratori tra le imprese che riducono l’organico e quelle che possono incrementarlo. Nel caso del mercato del lavoro queste rigidità sono ancora numerose e urge modificarle, specie quelle legate al potere dei sindacati di fissare i salari.

Ma soprattutto bisogna evitare che i governi incrementino il loro interventismo sia in materia di consumo, sia in materia di controllo dei prezzi. Invece, Prodi preferisce dissipare tesoretti e gettar fumo negli occhi alla gente con misure demagogiche tipo Mister Prezzi, salvo turlupinarla aumentando le aliquote su quei pochi risparmi sfuggiti al suo fisco vorace e alle grinfie dei sui cari amici banchieri.

  

(La Voce di Romagna, 13/1/2008)    

         

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