Bologna: vittima della cappa e del potere Ds

Il 103° posto di Bologna nella classifica dell’ordine pubblico stilata dal Sole 24 Ore ha suscitato in città la stessa sorpresa di una vittoria dell’Inter in campionato. Stupri e aggressioni fanno sempre di più la parte del leone su quotidiani e notiziari e quando concedono qualche giorno di tregua, ecco che l’emergenza criminalità lascia il posto alle liti da ballatoio tra il sindaco Cofferati e le forze dell’estrema sinistra. Il degrado è sotto gli occhi di tutti, praticamente si tocca, spesso si sente, soprattutto d’estate, quando il caldo asfissiante rende certi odori davvero insopportabili. La differenza più marcata tra l’amministrazione Guazzaloca e quella di Sergio Cofferati è forse proprio quella relativa alla pulizia. Oggi Bologna è una città sporca, specie nel centro storico, la cui presenza copiosa di portici richiederebbe una “manutenzione dell’igiene” continua e sistematica. Invece, la giunta Cofferati preferisce mille divieti di accessi al centro da parte delle auto, provvedimento che, più che ridurre l’inquinamento, finisce per ridurre la clientela delle attività commerciali del centro – con somma gioia delle varie Coop di cui è disseminato il territorio cittadino – e per rimpinguare le casse comunali, dato che il gettito delle multe è superiore a quello dell’IRPEF. A tutto questo si aggiunge la presenza di 65000 studenti fuori sede, parecchi dei quali dall’aspetto trasandato e all’apparenza fuori sintonia con shampoo e bagno schiuma, il che fa senz’altro pendant con la pulizia del centro cittadino e i suoi odori.

Certo, imputare a Cofferati guai che hanno radici lontane nel tempo è ingiusto, però la sua esperienza è sintomatica di un malessere tutt’interno alla sinistra bolognese, malessere che finisce però per riflettersi sull’azione amministrativa di sindaco e giunta e, di conseguenza, sulla cittadinanza. Nelle ultime due tornate amministrative, i Ds non sono stati in grado di esprimere un candidato cittadino forte tra le sue fila. La diessina Silvia Bartolini venne mandata allo sbaraglio nel 1999, dopo un estenuante balletto di candidati, puntualmente bruciati uno dopo l’altro, mentre nel 2004 i Ds bolognesi si sono ridotti a scegliere un sindaco non bolognese e nemmeno emiliano. Il che deve far riflettere, se si pensa che Bologna, con la sua università, è stato il luogo di nascita dell’Ulivo di Romano Prodi, nonché il centro propulsore della politica del centro-sinistra a livello nazionale dell’ultimo decennio, e che l’Emilia-Romagna, di cui Bologna è capoluogo, è la regione cardine del potere post-comunista in Italia.

Bologna è oggi vittima della cappa del potere diessino, un potere non più in grado di rappresentare una guida in quanto privo di idee, ma ancora sufficientemente potente da bloccare sul nascere qualsiasi ipotesi di cambiamento. Giorgio Guazzaloca dovette lottare come in un fortino assediato contro Regione e Provincia, basti pensare alla pioggia di ricorsi contro la realizzazione della metropolitana presentati dal soviet di Errani, mentre la Provincia altro pensiero non ha avuto che mettere i bastoni tra le ruote al sindaco “usurpatore”. Così, oggi Bologna è in mano a una coltre di burocrati di partito privi di idee che non siano quelle finalizzate a cementare il proprio potere, e questo grazie anche al mondo industriale che conta (basta scorrere l’elenco degli azionisti bolognesi del Corriere di Bologna), alla potentissima burocrazia universitaria, nonché al sempreverde (o rosso) mondo cooperativo. Grazie all’università e ai suoi 65000 fuori sede i prezzi delle case sono saliti alle stelle (salvo crollare in zona universitaria per via del degrado), così che i bolognesi scappano sempre più in provincia, mentre la città diviene un bivacco di extracomunitari e universitari insolenti e maleducati, che fanno da calamita a tutta una fauna di disadattati proveniente da altre città, d’Italia e non, che trova a Bologna l’humus adatto per dar sfogo alla propria imbecillità. Tanto che un giorno, un fuori sede dall’accento del sud, in un’intervista ha dichiarato che a Bologna si trova bene perché può fare tutto ciò che a casa sua gli è vietato. Naturalmente, senza più limiti al chiasso notturno, chi lavora si lamenta – e giustamente! – così scattano i divieti,  di conseguenza la città di notte si svuota e le sue strade diventano preda della delinquenza, spesso extracomunitaria.

Ciò che rende peculiare la vicenda Bologna, è il ruolo simbolico che ha per la sinistra, e quando ci si concentra sui simboli, si sa, si perdono di vista le esigenze delle persone. A Rimini, il red power sì prodiga sì per cementare il proprio potere, ma conserva comunque una buona e salutare dose di pragmatismo. Basti pensare all’operato di Lorenzo Cagnoni alla Fiera di Rimini, mentre a Bologna sono ormai 8 anni che nessuno, tra pubblico e privato, ha in testa il benché minimo progetto per un rilancio fieristico, come testimonia il trasloco a Milano del Saie 2.

Bologna, nella sua storia, non ha mai avuto una famiglia dominante come lo sono state i Malatesta a Rimini o gli Este a Ferrara. Sempre sofferente verso qualsiasi potere esterno, fosse esso imperiale o papalino, nel momento in cui una famiglia bolognese, i Bentivoglio, parve avere il sopravvento, venne sopraffatta e cacciata con tanto di devastazione del proprio Palazzo nobiliare nel 1507. Laddove avevano fallito tutti per secoli è riuscito il PCI, a partire dal secondo dopoguerra. Da allora in poi, lo spirito libero di Bologna è stato via via snaturato da un sistema di potere subdolo e pervasivo, una sorta di metastasi che ha fatto calare sulla città una cappa opprimente a cui è sempre più difficile resistere. Errani la sta estendendo fino alla “sua” Romagna e il governo Prodi all’Italia intera. Qualcuno li fermi!

 (La Voce di Romagna, 21/12/2007)

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