DS al capolinea

L’uscita dell’Onorevole Nicola Rossi dai DS ha fatto un discreto botto, non c’è che dire. Persino il Corriere della Sera gli ha dedicato l’editoriale di prima pagina nell’edizione del 4 gennaio. La perdita di una delle più competenti e preparate persone che siedono in parlamento, già grave di per sé, mette ancora una volta i DS di fronte a una realtà che è sotto gli occhi di tutti, ossia quella di un partito da lungo tempo in forte crisi di identità.
Sì, da lungo tempo, inutile nascondercelo. Partendo dalla questione comunista, se Berlusconi l’ha posta a parole, i DS l’hanno posta, e tuttora la pongono, nei fatti. Dal ’94 a oggi i candidati premier del centro-sinistra sono stati Ciampi, Prodi, Rutelli e ancora Prodi. Il fatto che i DS rifiutino di proporre un candidato loro in sede di consultazione popolare a livello nazionale, è la dimostrazione che la questione comunista sussiste tuttora e che i primi a porla e ad esserne consapevoli sono proprio gli stessi DS. In mezzo a tutto questo, casca il rapporto con Romano Prodi. Proprio nella sua ricandidatura a premier la crisi dei DS ha raggiunto il suo culmine. Dapprima cooptato per le elezioni del ’96 e bellamente sgambettato per far posto a un governo D’Alema senza passare per le urne, è stato riproposto per le elezioni del 2006.
I DS non si sono limitati ad andare a Canossa dal professore, ma l’hanno atteso dal 2001 come un vero e proprio Messia che li liberasse da quell’incubo che per loro è Silvio Berlusconi. Mai in questi cinque anni è balenata in loro l’ipotesi di inventarsi un candidato premier credibile presso l’opinione pubblica. Si ritengono più impresentabili di quanto non li ritenga Berlusconi. E nell’ipotesi in cui abbiano pensato di candidare Prodi per rifargli lo sgambetto, hanno fatto male i loro conti. Il professore è persona tosta e vendicativa; basti ricordare le elezioni comunali del ’99 a Bologna (e cosa significarono per i DS…), quando Giorgio Guazzaloca, dopo una vittoria elettorale che ha fatto il giro del mondo, il giorno dopo si trovò a consumare un caffè proprio al tavolo con Romano Prodi. Un segnale chiaro di quanto la mortadella possa essere indigesta e…vendicativa.
Paradossalmente, i DS sembrano essere stati investiti dall’onda lunga di tangentopoli. Se l’onda corta ha ucciso i partiti di governo della prima repubblica, ha invece illuso i DS di continuare ad esistere senza fare i conti con il crollo del comunismo. Il passaggio da PCI a PDS è avvenuto come un mero maquillage, con la dirigenza del partito sempre composta da ex-PCI. Non è avvenuta una contaminazione con altre forze che inducessero l’allora PDS a diventare un partito social-democratico riformista. L’unica nefasta influenza l’ha subita ad opera del bigottismo laicista degli intellettuali dell’ex-partito d’Azione. Come ha ben sottolineato Pierluigi Battista, quella azionista è una politica intesa come severa pedagogia rivoluzionaria che ha come obiettivo finale il rifacimento della realtà e come missione quella di sradicare i vizi atavici degli italiani e raddrizzare una volta per tutte le storture di un carattere antropologico intrinsecamente nefasto e degno di essere rieducato con ogni mezzo coercitivo. Una politica da cui riemerge il culto della minoranza eroica e pura che sferza impietosamente le debolezze della maggioranza e fustiga senza indulgenza la mediocrità di un imborghesimento ispirato ai disvalori del consumismo. Lo stesso personale politico dell’era comunista a cucinare pietanze azioniste. Non si sa se sono peggio i cuochi o le ricette.
Infine, i risultati elettorali delle ultime politiche. Un misero 16,8%, con punte del 9% nelle regioni del nord produttivo. Un partito ancor troppo comunista per attrarre l’elettorato moderato e troppo moderato per intercettare i voti della sinistra. Insulti a Berlusconi al mattino e strizzatine d’occhio ai poteri forti al pomeriggio sono un pessimo mix, perché con i primi si predispone gli elettori all’odio, con i secondi li si irrita fino a spingerli tra le braccia della sinistra estrema. L’unica soluzione per ovviare al declino è la confluenza nel partito democratico, tragitto reso impervio dall’incapacità di mischiarsi con altri, figlia del retaggio ideologico comunista, e dalle rendite di potere che l’ex-PCI rischia di perdere, specie in certe zone d’Italia.
Ormai i DS sono arroccati geograficamente nell’Italia centrale, Emilia e Romagna incluse. E non c’è da stare allegri, perché difenderanno il loro (e il nostro!) territorio come le belve in pericolo difendono il loro rifugio e non si faranno scrupolo ad usare tutti gli strumenti di potere che hanno sviluppato nel corso degli ultimi sessant’anni. Anche qui da noi la classe dirigente è quella che è, il caso Bologna è sotto gli occhi di tutti. Proprio nel capoluogo della loro regione di maggior prestigio, quella che dovrebbe perciò sfornare elementi per una futura classe dirigente nazionale, non è stato trovato nessun candidato sindaco all’altezza, tanto che si è ricorsi a soluzioni esterne come Cofferati, e con quali risultati! I DS sono un partito senz’anima e senza identità arroccato su se stesso. Una creatura di cui non si intravedono le sembianze, ma di cui si sente l’insopportabile odore della senescenza, tipico di chi sta per spegnersi, per poi risorgere a una vita nuova ancora di là da venire. Un percorso che si preannuncia incerto e assai lungo nei tempi. Nel frattempo, noi che abitiamo in zona (rossa), incrociamo le dita e tappiamoci il naso.

 (La Voce di Romagna, 8/1/2007) 

 

    

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