UE: Bulgaria e Romania, quale convenienza?

Finalmente, anche Bulgaria e Romania sono entrate a far parte dell’UE. Dopo Stati baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia, ecco che il mostro europeo ha ingurgitato altri due Stati ex-comunisti e minaccia di fagocitarne altri. Ci sta provando anche con la musulmana Turchia, seppur tra mille problemi, mentre evita di provarci con Israele, perché, evidentemente, agli antifascisti europei lo stato ebraico riesce proprio indigesto.

Quali le conseguenze dell’entrata nell’UE di Bulgaria e Romania? A tal riguardo è interessante ricordare il percorso degli ex-stati comunisti dal crollo del Muro di Berlino ad oggi. Tutti, chi meno (Slovacchia e Lettonia) e chi più (tutti gli altri), hanno avuto forti tassi di crescita in virtù di politiche liberiste coerenti, fra le quali spicca l’adozione della flat tax in Lituania, mentre gli unici che arrancano sono, paradossalmente ma non troppo, proprio i tedeschi dell’ex Germania est. Il caso dell’ex-DDR è emblematico, proprio perché è stato l’unico stato ex-comunista del nord Europa a non adottare politiche economiche liberiste e a passare direttamente dal socialismo reale di matrice sovietica al socialismo democratico frutto di quel modello renano tanto caro a Romano Prodi. E con il “brillante” risultato di essere l’unico paese dell’area ad essere rimasto al palo.

Bulgaria e Romania, dal canto loro, hanno avuto più difficoltà, in quanto la zona dei Carpazi, sin dagli inizi dell’era industriale, è rimasta ai margini dei processi di sviluppo economico, il che ha posto queste due nazioni in una condizione di svantaggio tale che neppure dall’opera egualitaria e livellatrice dell’ex-impero sovietico è riuscita a colmare. Per Bulgaria e Romania l’entrata in un’Unione Europea tutta vincoli e burocrazia renderà ancor più difficile il processo di crescita necessario a ridurre il gap con gli altri paesi dell’area, e contribuirà a farli perseverare nei loro difetti, tipici di chi è uscito da un’esperienza comunista pluridecennale. Per quanto concerne la Romania, poi, si prevede che l’adeguamento normativo in materia di diritto del lavoro, a seguito dell’adesione all’UE, provocherà una delocalizzazione della produzione verso l’Albania, con conseguenti ripercussioni sull’occupazione, che diminuirà, e sull’immigrazione, che aumenterà, soprattutto verso l’Italia.

Per gli Stati ex-comunisti del nord Europa, invece, il problema è duplice: da un lato, la nefasta influenza del dirigismo europeo e delle assurde norme tipo quella sulla percentuale di grassi nello yogurt o la lunghezza dei cetrioli, dall’altro, gli incentivi posti dall’UE in materia di finanziamenti, con il rischio che questi paesi, che tanto bene hanno fatto negli anni seguiti al crollo del Muro di Berlino, indirizzino i loro sforzi non più verso la produzione di beni e servizi, bensì verso la ricerca di finanziamenti comunitari; in questo modo si ottengono facili comodità oggi a prezzo di una perdita di iniziativa – con conseguente declino – domani, come dimostra il caso dell’ex-DDR.

Per quanto riguarda l’Italia, infine, masse di immigrati a basso prezzo la invaderanno ancor di più di quanto non accada oggi. Oltre agli scontati problemi di ordine pubblico, tutto ciò fornirà l’occasione a molti industriali e all’intero paese di illudersi di poter tirare a campare con produzioni a basso contenuto tecnologico e bassi salari (specie se in nero), ritardando così ulteriormente quei processi innovativi ormai improcrastinabili; processi che oltre all’industria dovranno per forza di cose coinvolgere anche le istituzioni, in primis la scuola e l’università, il cui ruolo è sempre più importante in un mondo in cui la conoscenza e il capitale umano sono le risorse chiave per la competitività di un paese.

L’Unione Europea, quindi, si sta dimostrando sempre più un gioco a somma negativa, dove attori vecchi e nuovi rischiano di rimetterci nel parteciparvi. Come dice l’ex-dissidente anti-comunista Vladimir Bukovsky, l’Europa sta diventando uno Stato di polizia, un mostro gemello di quello da lui conosciuto ai tempi dell’URSS. E non sorprende sapere – sempre da lui – che, nel gennaio 1989, una delegazione trilaterale composta da Valery Giscard d’Estaing, David Rockefeller ed Henry Kissinger andò da Gorbaciov dicendogli, per bocca del primo dei tre: “Signor presidente, non posso dirle esattamente quando accadrà – probabilmente fra 15 anni – ma l’Europa sta diventando uno Stato federale…voi stessi diventerete parte di esso. Dovete essere pronti”. Inoltre, la paura nei confronti delle privatizzazioni del governo Thatcher e della Reaganomics, spinse nel 1986 i comunisti italiani (seguiti poi dai socialdemocratici tedeschi) a spronare Gorbaciov verso l’integrazione dell’URSS nell’allora CEE. Sempre Bukovsky ci dice che: “L’Unione sovietica avrebbe dovuto ammorbidirsi verso posizioni più socialdemocratiche, mentre l’Europa sarebbe passata ad una socialdemocrazia più socialista. Intanto, dietro le quinte, gli eurocrati plasmavano le istituzioni della UE in modo da adattarsi alle istituzioni sovietiche…con il parlamento europeo come il Soviet supremo e la Commissione Europea identica al Politburo: un governo i cui membri non sono eletti dai cittadini, e che non risponde a nessuno”.

Pur sapendo che il crollo di questi mostri burocratici lascia una devastazione che coinvolge intere generazioni, Bukovsky pensa che l’UE collasserà come l’URSS e che prima collassa e meglio è. Io me lo auguro con lui, anche se, purtroppo, tali crolli lasciano un tale vuoto di spirito che per riempirlo si rischia spesso di affidarsi alla medicina più a portata di mano, anche quando questa si chiama islam. 

 (La Voce di Romagna, 4/1/2007)  

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