Il corteo di due milioni di persone che ha sfilato per le strade di Roma sabato 2 dicembre ha rappresentato un indubbio successo per Silvio Berlusconi, che è riuscito a portare in piazza due milioni di persone senza l’aiuto di sindacati sovvenzionati dai pubblici denari.
Secondo molti la piazza sacra alla sinistra sindacale è stata profanata da un popolo di fascisti e di evasori incalliti. E poi, vogliamo mettere ‘sta roba qua del 2 dicembre con il corteo dei sindacati? Vogliamo mettere il fascino del monocromatico con il kitch del tricolore? Quelle piazze che sembrano giganteschi piatti di spaghetti al pomodoro, anche se talmente passati di cottura da restare sullo stomaco al paese che produce? E il fascino dei cortei in eskimo e kefiah. Lì si che c’è gente che sa vivere! Non fa un cazzo, spacca vetrine e non sta a perdere tempo in azienda, così si risparmia persino la fatica di evadere.
Ammesso pure che qualche evasore ci fosse, perché non ricordare ai tanti progressisti da salotto che senza i denari prodotti dalla fatica di quegli “evasori”, scarseggerebbero anche i baiocchi per gli stipendi a categorie tanto care a lor signori, quali dipendenti pubblici e professori universitari attenti più al posto che alla ricerca? Il reddito di un imprenditore è “giudicato” dal mercato attraverso il gradimento dei beni e dei servizi offerti. Se ogni 100 che guadagna 50 lo deve dare all’erario e 50 lo tiene per sé, ruberà – secondo la legge dello Stato, precisiamo! – metà del reddito prodotto. Ma un burocrate pubblico raccomandato che percepisce un reddito senza produrlo, non ruba nulla – sempre secondo la legge dello Stato, precisiamo! In questo caso, la legge è un po’ come l’occasione, fa l’uomo ladro. Solo che fa ladro l’uomo produttivo.
Se c’è da dare un significato politico alla manifestazione di Roma, però, è quello di una “maggioranza laboriosa” stanca, non solo dell’operato di questo governo, ma dell’atteggiamento saccente e arrogante della maggioranza e dei poteri forti che lo sostengono. Stanca di una superiorità morale esibita da una casta di potenti che, dalle loro roccaforti politiche e culturali, non perde occasione per dileggiare un ceto medio produttivo, che, pur coi suoi difetti, costituisce la spina dorsale del paese. Stanca degli insulti di intellettuali post-marxisti (e marxisti tout-court) a libro paga di grandi industriali più avvezzi ai palazzi del potere che alle fabbriche. Certo, il ceto medio italiano non è mai stato – e non è tuttora – troppo amante alla concorrenza, ma le sacche di potere dei moralisti da salotto sono assai più ricche e confortevoli. Insomma, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Solo che questi qua, dopo la prima lanciano la seconda e poi la terza fino a esaurimento di scorte che appaiono infinite.
Emblematico è stato un articolo mandato al Giornale il 7 dicembre da Maurizio Zamparini, in risposta alle critiche un po’ snobistiche fatte il giorno prima da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere. Il vulcanico presidente del Palermo, che ha dato una conferma del suo carattere anche sulle colonne del quotidiano milanese, ha giustamente sottolineato come “il messaggio politico nuovo e forte era proprio la presenza degli attori veri di questa Italia: lavoratori dipendenti, artigiani, commercianti, imprenditori, professionisti, tutta gente abituata all’impegno del lavoro come valore, alla famiglia come valore, alla libertà come valore. Il grido di quella gente è il grido della gente libera e liberale di questo Paese: un grido di libertà”. E ha fatto presente che “la società che lei (Galli della Loggia) ritiene mancante alla destra liberale, la società delle lobby, dei salotti buoni, degli intellettuali spocchiosi e vuoti, dei lavori parassiti che nulla producono ma solo consumano (quelli del comunismo), è proprio quella società che ci ha regalato Prodi e l’Italia dei poteri trasversali (magistratura, giornali, sindacati, banche e finanza schierata, eccetera). È una società che lei erroneamente ritiene pensante, che ci ha portato e ci sta portando al disastro”. Inoltre, ha ricordato che la gente scesa in piazza è quella “che produce ricchezza e benessere, necessario come valore da insegnare ai figli, che ti fa ritornare a casa la sera contento di aver fatto il tuo dovere. Quello che ti riempie di orgoglio quando ti accorgi di aver costruito qualcosa per te, per la tua famiglia e per gli altri”. E a intellettuali e soloni vari ha mandato a dire che “Il grido di domenica, il nostro grido di libertà è «voi, di mezzo non ci siete», poiché non «servite che a voi stessi». Non ci asservirete mai: siamo uomini liberi. È il nuovo forte grido politico”.
Ebbene, queste frasi non testimoniano soltanto una generica voglia di una minor tassazione, bensì l’orgoglio di rappresentare una componente fondamentale del paese che non sopporta più la tutela di élites intellettuali la cui arroganza va di pari passo con l’obsolescenza delle loro idee. Non ne può più di gente che dopo aver abbracciato il comunismo pretende di restare ancora in cattedra per insegnarci come si vive in un mondo libero. Non ne può più di un governo composto da funzionari di partito e da tecnocrati usciti da un’università, quella italiana, piena di gente che ha passato più tempo a difendere i propri privilegi che a far ricerca. Non ne può più né di grandi industriali che hanno smarrito l’indirizzo della fabbrica e che trescano con i post-comunisti in cambio di qualche rottamazione, né di grandi banchieri di regime che si beano delle loro cospicue offerte in denaro in occasione delle primarie barzelletta organizzate da chi un tempo anelava per il sol dell’avvenire.
Questi due milioni di persone che hanno sfilato sotto le bandiere del centrodestra, però, rappresentano un’Italia che di questo governo ne ha le scatole piene assai più che i parlamentari dell’opposizione, i quali, fra calcoli legati all’indennità parlamentare e voglia di ribaltini e ribaltoni, non sembrano dannarsi troppo l’anima per far cadere questo governo al senato. Certo, per l’attuale opposizione è una pacchia godersi lo spettacolo di una maggioranza divisa e incapace che più si muove e più fa danni. I fischi che quotidianamente ricevono i ministri di questo governo testimoniano quanto questi signori siano invisi alla gente, ma Berlusconi, Fini e, perché no, anche Casini, fanno molto male ad adagiarsi su un consenso ritrovato più demeriti altrui che per meriti propri, perché se non si danno da fare per mandare a casa questi signori, rischiano di essere travolti anch’essi dal malcontento popolare, che può arrivare a prendere mira anche un’opposizione che, per calcolo o per incapacità politica, non è in grado di abbattere un governo buono a nulla, ma capace di tutto. Ci pensino i signori del centrodestra, prima di imbarcarsi in certi giochini. Anche per loro è l’ultimo autobus, soprattutto se torneranno al governo. Mostrarsi politicamente corretti verso gli attuali padroni del vapore non sarà perdonato un’altra volta.
(Le Ragioni dell’Occidente, dicembre 2006)